Shock culturale

A lezione abbiamo parlato di cultural shock, quel fenomeno per cui quando arrivi in un posto nuovo resti basito di fronte ad alcune cose, usanze, impliciti, completamente differenti dalla tua cultura di appartenenza. E si e’ parlato di come l’adattamento ad una nuova cultura passi attraverso delle fasi:

  • la luna di miele (quella in cui mi trovo io), in cui tutto e’ bello, perfetto, e il tuo paese probabilmente fa schifo;
  • la rabbia, in cui tutto e’ negativo, diverso, distante, e sarebbe tanto piu’ bello al paese tuo;
  • l’accettazione, in cui si riconosce che ci sono lati positivi e negativi, come per tutte le cose, e se si e’ deciso di rimanere e’ perche’ i vantaggi superano gli svantaggi.

Non tutti arrivano alla terza fase: tornano indietro alla seconda, e non c’e’ niente di male, o forse si e’ solo persa un’occasione.

In classe eravamo due nella fase luna di miele, entrambe qui da meno di sei mesi; tutti gli altri si sono detti in fase di accettazione, e ce sto a crede, ma vabbe’.
Come ho detto altre volte, penso di essere fortunata perche’ sono cresciuta a Roma e non in un piccolo centro. E di aver lavorato a scuola dove ho conosciuto ottimi genitori romeni, arabi, indiani e peruviani. Sono fortunata perche’ ho potuto viaggiare e conoscere culture diverse da quella italiana, fosse anche solo in Grecia o nordafrica. Sono fortunata perche’ mia madre e’ straniera, e grazie a lei ho imparato a vedere le cose da due punti di vista. E sono fortunata anche perche’ pur essendo mio padre italiano, era napoletano, e anche in quel caso ho imparato a vedere le cose da due punti di vista, perche’ il napoletano ha dei difetti duri a morire anche se vive altrove da quarant’anni.

La cosa piu’ difficile da accettare qui per me, nella mia honeymoon stage, e’ proprio la cultura ispanica. I latinos hanno tante abitudini diverse dalle nostre che infatti latinos non siamo e se ci chiedono la razza siamo caucasici come gli Americani; ma gli Americani ci vedono calienti e bizzarri esattamente come gli ispanici. Che poi se parli con un cubano lui si sentira’ superiore ad un messicano, che a sua volta e’ piu’ figo di un cileno. C’e’ sempre un Sud peggiore a cui paragonarsi.

Ideali di bellezza

Se so che ad una cena conoscero’ delle persone nuove, va da se’ che l’estraneo ispanico mi tendera’ la mano (moscia) e si avvicinera’ per darmi un bacino (sulla guancia destra, diversamente da noi), mentre un americano si limitera’ a stringermi la mano, come accade da noi. Pero’ se poi alla fine della serata saluti il padrone di casa, l’americano puo’ sporgersi per abbracciarti (niente bacio!, e sempre lato destro), diversamente da noi che baciamo le guance twice e cominciando da sinistra.
Per gli ispanici e’ normale telefonare a tua madre e chiederle come stia, o andarla a trovare anche in tua assenza. O, come scriveva Maggie, organizzarti la vita ed invaderti con la loro presenza. Per noi e’ un’intrusione non richiesta, per loro e’ normale, vivono in comunita’ e si aiutano a vicenda. Ma per lo stesso motivo noi italiani all’estero non ci caghiamo e ce la tiriamo pure un po’.

Se un americano ha due settimane di vacanza e’ difficile che se ne vada altrove sprecando ore di volo verso l’Europa, perche’ questo continente e’ gigantesco e l’Europa e’ proprio culturalmente lontana. Solo la Florida e’ come l’Italia, e infatti noi andiamo in Norvegia come un floridano se ne va a New York o alle Hawaii, anche solo per far girare la propria economia, come si insegna valorosamente dai tempi del ’29. Un amico di qui sta per partire per la Spagna e ci chiedeva preoccupato se a Barcellona avrebbero compreso il suo spagnolo. Non inorridite, e’ davvero diverso, e lui sa gia’ che trovera’ una cultura differente, forse perche’ l’Europa vista da qui e’ proprio lontana.

Ma molte persone sono solo turisti, e non viaggiatori. La prof raccontava che una coppia di suoi amici, gringos come lei, in Spagna rimase esterrefatta di fronte all’incomprensibile menu, che lei, vissuta in Argentina, tradusse loro fedelmente, ma ordinarono comunque un rassicurante hamburger con patatine per poi lamentarsi che in Usa era migliore. Ma non e’ diverso dalle tre coppie di amici italiani con cui io stessa ho viaggiato in Marocco, che ad ogni ristorante ordinavano esclusivamente bistecca e patatine. Una addirittura ha mangiato pane e burro per venticinque giorni. Niente di piu’. Solo un curioso ha assaggiato una volta dalla mia tajine. Per non parlare di quella romana che quando mia sorella si trasferi’ a Terni, nel lontano 2002, le chiese se esistevano le strade asfaltate.

Un immigrato che vive qui, come hanno scritto gia’ altri expat, se ha due settimane di vacanza torna a casa, Italia o Colombia o Ecuador che sia. Perche’ nonostante tutto, nonostante l’integrazione riuscita, gli affetti sono li’, cosi’ come le radici, la cultura e il cibo. Ma si torna da ospiti, non vivendo piu’ in quel tessuto sociale. Estranei per la propria terra e sempre stranieri per la nuova patria. Mia madre ha vissuto sospesa in quella terra di mezzo in un epoca in cui anche la Finlandia era lontana per poter tornare ogni tanto, e i soldi sempre pochi, e le ore sempre troppe, e lei reagi’ tagliando nettamente le sue radici. Mentre per mio padre tornare a Napoli era uno shock al contrario, una citta’ diventata irriconoscibile, dalla gente sempre piu’ indifferente e assuefatta a troppa illegalita’, e la nostalgia di quello che non riusci’ piu’ a trovare non lo abbandono’ mai.

Ho vissuto trentacinque anni con gli esempi dei miei genitori pensando che non sarei mai uscita dal mio paese per non dover vivere quella sensazione di disadattamento, e invece guarda la vita in cinque anni dove mi ha portata: a vivere in America con un romano figlio di un italiano di origini francesi, ed una cubana di origini francesi strappata alla propria terra come fosse un’ebrea o una palestinese, anche lei ammalata di nostalgia e di rabbia.


Ma a volte la nostra cultura, il nostro peso specifico, la nostra esperienza millenaria, ci impediscono di vedere con chiarezza delle situazioni. A volte giudichiamo sbagliata una modalita’ di comportamento perche’ non ci appartiene. A volte diamo un giudizio sommario su un tipo di mentalita’ senza provare ad entrarci dentro per analizzarla. A volte ce ne restiamo comodamente al di fuori perche’ puntare il dito e rifiutare il confronto e’ piu’ facile che cercare di capire e rivedere le proprie posizioni. Ma credo sia una questione di carattere.

Ammiro chi di voi e’ in Cina o in Giappone, il vostro sforzo di adattamento e’ decuplicato rispetto al mio, eppure dai blog che seguo difficilmente mi capita di leggere giudizi drastici o sferzanti sul paese che vi ospita. Come mi disse una volta il fidanzato di un mio amico, Sono andato a vivere in Giappone perche’ quella cultura rappresenta al meglio il mio modo di vedere la vita, e mi spiegava che per lui e’ importante vivere in un luogo in cui il rispetto verso il prossimo passa anche dal non poter esprimere direttamente un concetto negativo.

Aspetto il momento in cui tutto ai miei occhi diventera’ deprecabile, difficile e inspiegabile, ma forse affontero’ diversamente l’espatrio, con la mia consapevolezza, la mia cultura e con il mio bagaglio di esperienze pregresse. Lo spero.

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28 pensieri su “Shock culturale

  1. Post davvero bello per un tema che ci tocca un po' tutti – noi expat – da vicino. Nella mia esperienza, le tre fasi che citi sono peraltro cicliche, nel senso che si ripetono nel corso del tempo – anche se sempre con minore intensità – quando si entra in contatto con nuovi aspetti del paese ospite.Credo che gli americani, rispetto agli europei, abbiano un grande svantaggio in termini di apertura al “diverso”: vivono in un paese grande quanto l'Europa, ma che parla un'unica lingua ufficiale ed ha, sostanzialmente, una cultura comune. Da qui la diffidenza verso il viaggio oltre i confini nazionali. La varietà di lingue e culture con cui veniamo in contatto in Europa, ci predispone, invece, ad una genuina curiosità nei confronti del diverso.

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  2. Verissimo… Era quello che pensavo mentre scrivevo della preoccupazione per il catalano. Ed e' anche vero che molte persone nate nella nostra piccola nazione sentono quei confini troppo stretti e vanno a cercare altro. Pero' nella mia esperienza italiana mi e' capitato piu' spesso di trovare gente diffidente verso il diverso piuttosto che persone aperte al nuovo e alla diversita'. Secondo me e' sempre questione di apertura mentale, ovunque ci si trovi.

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  3. e io che, non avendo mai vissuto in america, pensavo che gli americani fossero più aperti perché abituati a vivere quotidianamente miscugli di razze, emigrati di ogni parte del mondo, pelli di tanti colori.sbagliavo, sì?

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  4. è un bellissimo post davvero! e condivido quando dici che ci limitiamo a giudicare senza entrare troppo nel dettaglio.Io non sono andata così lontano, ma anche un'isola a volte sembra un altro continente. E ora mi stai facendo riflettere anche sulle radici di mio padre, che non sono pugliesi ma campane, e anche lui si è ritrovato con gli anni a non tornare più nel suo paesino.Le mie vacanze per il momento sono sempre un tornare a casa, ma ogni volta sempre con un po' di fatica fisica e psicologica e mi chiedo se tutto questo finirà un giorno.Vabbè… sono un po' uscita fuori tema. L'immagine del rinoceronte la trovo fantastica 🙂

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  5. Eccola col post che ne vale almeno 5 o 6!!! Mi piace la storia delle fasi, non sono expat probabilmente non lo sarò mai, ma mi pare assai plausibile. Credo e spero di essere viaggiatrice e non turista, assaggio i cibi, mi calo nella realtà, evito 12 ore di volo avendo una settimana di ferie. Ricordo un'amica olandese, ci si vedeva ogni estate a rimini, rivedendola la abbracciai baciai e lei rimase sconvolta dal gesto! Oggi vivo molto sulla mia pelle il fatto di aver sposato un adorabile uomo x 3/4 greco. I nonni dalla grecia expat a Istanbul, lui nato a Istanbul poi quando aveva 5 anni tornò ad Atene con la nonna e a 6 con genitori e fratello definitivamente in Italia. Mia suocera parla sempre dei tempi d'oro di Costantinopoli, quando uscivano col console e via. Credo ci sia il classico filtro nella sua testa per cui tutto era bello xke era giovane, se fosse stato così idilliaco di certo non sarebbero venuti in Italia.

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  6. Io sono passata dalla prima alla terza fase, la seconda l'ho saltata forse perché per molti di noi il processo mentale è opposto a quello che descrivi, cioè siamo ipercritici nei confronti del paese di origine. Io in questo senso cerco di limitarmi con le critiche verso l'Italia, anche perché poi ti vedi puntare il dito da chi pensa che chi va via abbia scelto la strada più semplice, cioè lasciare i problemi e non provare a risolverli. Ovviamente questa cosa non la condivido, primo perché partire e vivere lontani non è facile per niente e secondo perché in quelli che restano non vedo tutto questo darsi da fare per cambiare le cose, ma piuttosto un tirare a campare.

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  7. Sai che io non ho mai avuto la fase luna di miele in nessuno dei miei spostamenti? All'inizio mi prende sempre malissimo, per un mese o due sono praticamente sull'orlo della depressione. Poi mi riprendo e scivolo direttamente nell'accettazione. Chissà che vorrà dire :-/A pensarci, anche con la maternità e' stato uguale: primo mese da incubo e poi tutto in lenta discesa. Forse vivo i cambiamenti come se fossero un parto?!

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  8. Concordo con Mariantonietta, e aggiungo che secondo me le fasi non sono così distinte, ma si sovrappongono continuamente. Ma credo dipenda dalle persone e anche dai luoghi. Io sono un mix di stupore per le cose belle, rabbia per ciò che non va (sia qua o in Italia) e accettazione (non passiva) della realtà in cui vivo cercando, per quanto possibile, di mantenere vigile il mio punto di vista critico.

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  9. Forse sei semplicemente una persona che vive male i cambiamenti. A me succede il contrario, passo settimane ad abituarmi all'idea magari aspettandomi il peggio, poi quando avviene e' tutto gia' stato affrontato nella mia testa. Ma non e' che si viva meglio, eh :/

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  10. per me e' stato un procedimento diverso ancora: amo vivere altrove e amo viaggiare, amo osservare, conoscere, scoprire, adottare novita' o scoprire con piacere che alcuni lati di me coincidono meglio con culture straniere che con la mia… non mi pesa star lontano dall'italia, ma mi pesa la mancanza delle amiche (che siano in italia o anche in altri posti) e dei miei genitori che so sarebbero piu felici di avermi vicino. In sostanza, ci ho messo un pezzo a sviluppare quel sentimento che per mio marito e' sempre stato naturale: i feel home wherever i am because i am my home. Ci sono finalmente arrivata diventando mamma. E sono molto piu serena ora, rispetto alle prossime prospettive di dove ancora ci sposteremo

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  11. Mio marito è esattamente come dice Valentina, è un cittadino del mondo ovunque sia perchè lui è la sua casa, io purtroppo non so essere così tanto forte però ci sto provando per i miei figli, anche se non sono expat come te mi sento tale, però è vero alla fine ti senti così “Estranei per la propria terra e sempre stranieri per la nuova patria.” nonostante sia a soli 200 km da quella che considero casa mia, ma solo perchè ci sono gli affetti e le amicizie di una vita.Ti dirò però adoro cambiare, vedere posti nuovi, viaggiare e anche scoprire cose nuove, piuttosto che rimanere fossilizzata in un punto per cui viva la vita che ci permette di farlo!!

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  12. Ah, eccolo qui il tuo cacchio di post! ;-)Ma come “lo spero”? Ti auguro di rimanere per sempre nella fase della luna di miele! A me stare negli Usa è servito a rivalutare certe cose dell'Italia, però ovviamente non tutte, e quindi adesso mi sento così e così in tutti e due i posti. 😦

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  13. Mi ha fatto pensare molto il tuo post. In USA e in UK sono passata per la luna di miele, forse persino in Bulgaria, (mi sa niente riduto perchè non ci sono stata abbastanza) ma in Francia non ho avuto ne' la luna di miele ne' il rifiuto. Ci sono delle cose che mi piacciono e altre no, that's it. E' che a forza di cambiare dopo un po' si impara?

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  14. Ciao Anne, benvenuta. Forse, come per Valentina VK, chi si sposta molto vivendo in piu' posti ha un adattamento piu' rapido e anche uno sguardo piu' realista. Sono felice che questo post abbia dato da riflettere a molti di voi, grazie.

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  15. Ciao Lucy. Bellissimo post. Io arrivai negli USA (San Francisco) nel 1984. Ho vissuto tutte le fasi di cui parli e poi nel 2006 tornai a vivere in Europa: 4 anni nel sud della Francia, poi il divorzio e 4 anni a Roma.
    A settembre del 2014 ho deciso di tornare negli USA, ma stavolta lasciandomi alle spalle i sogni, le illusioni, la nostalgia ed infine l’amarezza e le delusioni. In Italia mi sono sentita una straniera, anzi…peggio! Mi sono sentita TRADITA! Roma non e’ la citta’ dei miei avi e non e’ pu’ quella dei miei ricordi. Non sono neanche riuscita a relazionarmi piu’ con i miei concittadini. Sono tornata negli USA ed ora sono davvero felice di viverci. Conosco i pregi e i difetti della societa’ statunitense, ma QUESTO e’ il paese che per due volte mi ha accolta e mi ha ridato l’opportunita’ di ricominciare una nuova vita’ con dignita’ e rispetto. Purtroppo l’Italia tutto questo non ha saputo offirmelo. Roma e il mio passato prima del 1984 resteranno sempre nel mio cuore, ma come reliquia storica. Non piu’ “Arrivederci Roma”, semmai un addio.

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