Sono nata agli inizi degli anni ’70. Ricordo che avevamo due televisioni, una in bianco e nero in camera di mia nonna che non aveva il telecomando ma i tastini da spingere su in alto, dove lei guardava Radici. Qualche anno dopo sarebbero arrivati Sentieri e Dallas, e mia nonna non sarebbe piu’ stata la stessa.
Ricordo che al bar sotto casa vendevano le uova sfuse, e che il Dalek costava 100 lire, era strabuono e lasciava la lingua viola. 
A quei tempi le latterie, cosi’ si chiamavano, non bar, erano chiuse la domenica. Tutto, era chiuso la domenica. Il mondo si fermava, la domenica, tranne per la pasticceria dove comprare le pastarelle, ma potrei giurare che era aperta fino a pranzo e poi chiudevano i battenti pure loro, come il negozio di pasta all’uovo accanto alla parrocchia che faceva affaroni per tutto il mattino.
Delle mie domeniche da bambina ricordo le meravigliose passeggiate a Villa Pamphilij a prendere aria buona e a correre e a giocare all’aria aperta. La domenica non uscivano i quotidiani, ma le edicole erano aperte fino a pranzo, cosi’ che tornando dal parco ci fermavamo a comprare i giornalini o le buste sorpresa, e il pomeriggio lo passavamo cosi’. A dire la verita’ i quotidiani non uscivano nemmeno il lunedi’, visto che il giorno prima non si lavorava. Il Lunedi’ di Repubblica e’ stata una conquista forse della meta’ degli anni ’90, non ricordo con precisione.

Crescendo, ho cominciato a vivere con sgomento la chiusura totale del mondo della domenica e dei festivi in generale. Non si poteva far niente. Gli autobus passavano a scartamento straridotto. Addirittura il bus che faceva capolinea a pochi metri da casa, la domenica era soppresso. Arrivarono le regolamentazioni condominiali che vietavano ai bambini di giocare in strada – ma per fortuna ero gia’ grandicella, dieci anni a correre sotto casa me li ero passati. Ma questo era solo il mio mondo di bambina. Che succedeva se qualcuno stava male e serviva una medicina? Bisognava andare a vedere quale farmacia di turno fosse aperta. Si’, questo c’e’ ancora, e lo trovo allucinante, soprattutto considerato che quando abitavo a Cesano e la farmacia era chiusa, potevo avere la gran fortuna di dover andare a Formello o a Corso Francia, insomma, non meno di mezz’ora di auto, indipendentemente dai chilometri. Vivendo da sola e odiando prendere medicine, mi pare evidente che farmi mezz’ora di macchina con la febbre a 40 o con la contusione alla caviglia, come e’ successo, non fosse esattamente comodo.
All’epoca della piccola Lucy, tutti i negozi erano chiusi al lunedi’ mattina, non solo i parrucchieri. E il sabato pomeriggio ne chiudevano altri, come i ferramenta, per esempio. Che dico, uno quand’e’ che sta a casa a sistemare cose? Il weekend. Te quando chiudi? Il sabato. Non fa una piega. Poi ti lamenti che la gente va da Leroy Merlin.

Che facevano la domenica pomeriggio i liceali romani? Andavano al Pincio e a Via del Corso. Quella era l’unica strada, negli anni ’90, dove potevi rimorchiare i negozi erano aperti, non tutti per la verita’, grazie ai turisti. Ed e’ ridicolo pensare che nelle domeniche dell’anno domini 2011 non avevo altra scelta che fare altrettanto. A sedici anni, come ci arrivavamo a via del Corso, che la metro piu’ vicina era a via Ottaviano, cinque chilometri da casa mia? A piedi. Mia sorella ed io prendevamo un bus fino a Porta Cavalleggeri, 6-7 fermate, attraversavamo a piedi San Pietro, piazza Risorgimento e via Ottaviano, e poi con due fermate di metro eravamo a via del Corso. Roba che facevamo prima a camminarle, quelle due fermate, ma vuoi mettere la metropolitana? Ma solo fino le 18, perche’ poi chiudeva. Il prolungamento della metro A, atteso per anni e annunciato con i mondiali ’90, arrivo’ solo col Giubileo del 2000. E tuttora a Roma la Metro, quando non ci sono interruzioni per lavori, e’ aperta fino le 23.30. E mai prima delle 5.30, che le rare volte che ho dovuto prendere un treno o l’aereo all’alba, sono stata costretta a portare la macchina fino all’aeroporto perche’ non avrei saputo come arrivarci altrimenti. Ed ero nella Capitale, eh, roba che i miei quando vivevano a Formia dovevano fare i salti mortali per incastrare gli orari con il treno all’ora che passava di li’.
A Roma il primo centro commerciale arrivato e’ stato Cinecitta’2, nel 1988. Facevamo sega a scuola e andavamo li’, non ve lo sto a raccontare che da Bravetta facevamo duecento km a piedi per arrivare sempre a sta cavolo di Metro Ottaviano, mezze imboscate sul 98 che ripassava sotto casa mia per paura di essere viste dal vicino di casa, le seghe mentali degli adolescenti. E andavamo laggiu’ sicure di non essere viste da nessuno a mangiare patate fritte e milk shake alla fragola al Mc Donald’s. Se fossi stata adolescente negli anni 2000 sarei andata a Ciampino col trenino e avrei passato qualche ora a Barcellona o a Parigi, vuoi mettere? Ma allora ci accontentavamo dei primi fast food aperti. Il sabato pomeriggio la tappa fissa era a via Cola di Rienzo, c’erano Italy and Italy che faceva un pizzotto che era strabuono, e un’altro dietro la Rinascente, ora Coin, che si scendevano le scalette e stavamo li’ ore a spettegolare e mangiare patatine. I paninari, si’, e Naj Oleari, e Drive In. Quelli erano i tempi della mia adolescenza.
A Cesano di Roma, quartiere dormitorio dove ho vissuto fino a due anni fa, c’e’ la caserma militare. Anni fa, io non ci vivevo ancora, c’era solo quella. E il cinema porno. Poi la speculazione immobiliare della Capitale ha portato le persone ad allontanarsi dalla citta’ per costruire case abusive ai margini. Passava un treno ogni ora e mezza. Anche in quel caso ci volle il Giubileo per sistemare le cose. La buonanima mi raccontava che per andare a scuola si alzava ad orari allucinanti, tipo alle 4, e per molti versi ancora adesso gli adolescenti che vivono nel quadrante a Nord di Roma devono fare lo stesso. Ma di certo sono arrivati i negozi. L’alimentari proprio di fronte la caserma apre alle 6 e chiude alle 22 passate. Ovviamente e’ sempre pieno, e per me che spesso tornavo tardi da Roma era il posto sicuro dove trovare pane fresco anche alla sera. I suoi affari hanno “costretto” l’unico supermercato del paesello ad allungare l’apertura fino alle 21, e di conseguenza ha fatto lo stesso il supermercato de Le Rughe, a due km circa. E lo stesso ha fatto poi il discount pochi metri piu’ in la’. E’ la legge della domanda e dell’offerta, e va cosi’ da sempre. Anche Cesano si e’ metropolizzata.
Ci sono localita’ che invece fanno un vanto del poter essere ad andamento lento, e sicuramente in alcuni casi e’ davvero un valore aggiunto. Pienza e la Val D’Orcia, ad esempio, e tutta la Toscana in generale. Non dimentichero’ mai lo spettacolo di Bagno Vignoni.
Anche oltreoceano la vera provincia americana non e’ certo rappresentata da Miami o New York, e sono sempre curiosa di leggere notizie delle altre italiane che vivono qui, come quando Valentina scrisse sul suo fb che il vicino di casa arrivava a cavallo o del fatto che i liquori sono banditi. Eppure, per parafrasare Mimma, alcune situazioni lente le apprezziamo solo se le troviamo altrove, magari se siamo in vacanza.
La mia Roma era quella, lontanissima da adesso. E voi? Cosa ricordate con nostalgia dei vecchi tempi?

1985-01-06s-giovanni

P.S.: non e’ possibile che non siamo capaci di vendere le nostre bellezze. I siti fanno pieta’, zero immagini e ducento scritte minuscole.

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