“Un giorno qualcuno ti chiede: hai già scritto un post dove racconti perché sei partita per gli Stati Uniti? E tu ti ritrovi a cercare di ricordare se hai scritto e cosa e come. Ma il mio blog è un blog di sensazioni, fondamentalmente e di pochi fatti concreti narrati in maniera dettagliata.
E adesso che ci penso, molte volte credo di dare tutto per scontato come se il lettore fosse sempre con me nella mia vita quotidiana ed io volessi solo spiegargli meglio i miei sentimenti più profondi, le sensazioni intime e raccontare un mondo, da lui già visto, con le sfumature e i colori come li vedo io.
Ma questo non è il mio blog e poiché oggi mi racconto, felice ospite, in un altro luogo, cercherò di dare spazio ai fatti e di mettere in secondo piano le mie sensazioni.
Sono, siamo dei viaggiatori, dei migranti da quasi vent’anni ormai. Siamo partiti con l’idea di fare un’esperienza di un paio d’anni e poi di rientrare in Italia. All’epoca eravamo una giovane coppia di trentenni con due cuccioli al seguito, uno di cinque anni e uno di undici mesi.
Il giorno che lo Scettico diede la notizia della nostra decisione di espatriare a suo fratello maggiore la domanda immediata fu: ma poi avrai opportunità di rientrare? Ci furono sguardi ironici tra noi due e la sera a casa ci meravigliammo della domanda che ci era apparsa così ingenua e assurda. Ma certo, ci saranno moltissime opportunità. Ancora adesso, a distanza di venti anni, sorridiamo pensando alla fatidica domanda posta in un tiepido pomeriggio primaverile, ma il sorriso ora è differente e la domanda, alla luce dei fatti, ci sembra uscita dalla bocca di una Cassandra in versione maschile. Infatti non c’è più stato ritorno per noi, le porte si sono aperte ma sempre verso altri paesi, altre culture, altri continenti. Un corridoio lunghissimo con tante porte, certo, ma che si aprivano solo in un verso e mai per tornare indietro.
Forse, prima o poi, quella porta la creeremo noi, forzando questo strano gioco delle opportunità che per ora abbiamo solo assecondato o forse no, dipende da tanti fattori.
Abbiamo vissuto in Francia, a Saint Germain en Laye, nella periferia di Parigi, in un contesto splendido con la grande opportunità per i nostri ragazzi di frequentare un liceo internazionale che ha permesso a loro di crescere in un mondo ricco di stimoli e a contatto con tante differenti culture e a noi di crearci una rete di amicizie e di affetti che ci ha regalato anni di vera felicità. Siamo poi partiti per la Spagna, a Barcellona, per circa due anni e qui ci siamo ritrovati infilati nella comunità francese, grazie alla scelta della scuola dei figli. Inutile dilungarmi sulla bellezza della città e sulla qualità della vita che è da tutti straconosciuta: confermo tutto. C’è stato poi un rientro a St. Germain e in seguito una partenza per Strasburgo, vissuta come ultimo avamposto prima della Germania per permettere al figlio più giovane di terminare il liceo senza dover affrontare l’ostico tedesco.
L’idea di arrivare qui in Michigan era lontanissima dai nostri progetti. Un lavoro ricco di soddisfazioni in Germania per lo Scettico, un figlio a Londra con una carriera appena iniziata e un secondo figlio in Svizzera, in università. Quasi in preparazione degli “anni sereni” io progettavo, non tanto in incognito, di comperare una casetta nella mia regione d’origine (Trentino) e di trasformarla in luogo di raduno europeo ma esiste un bellissimo proverbio yiddish che recita: quando gli uomini fanno dei progetti gli dei sorridono.
Infatti.
Nel mese di settembre allo Scettico è arrivata la proposta di cambiamento con tempi comodi di riflessione: due giorni.
In due giorni hai solo il tempo di sorridere, mettere in tasca il progetto di casetta tra i monti, guardare il mappamondo per capire dov’è il Michigan e chiedere: è una cosa buona?
Poi ti ritrovi già a fare il visto, ad iscriverti ad un corso di inglese perché, nonostante la vita girovaga, ti sei concentrata solo su lingue neolatine, ad avvisare parenti e amici.
Ma la domanda più importante che ci si deve fare è: perché si dice sì all’espatrio? Perché ho detto sì così tante volte, ormai?
All’inizio è la voglia di scoprire culture diverse, di affrontare nuove avventure, di migliorare la propria condizione economica, poi è come una droga, un bisogno adrenalinico di nuove sfide, di mettersi ancora in gioco. Ogni volta una piccola rinascita che ti permette di, se vuoi, ripartire da capo e inventarti un’altra opportunità. Fino al prossimo salto, fino al prossimo camion, fino a che ne varrà la pena, fino a che ci continueremo a svegliare, lo Scettico ed io, guardandoci negli occhi e dicendoci: bello qui, eh?!”

Grazie, Migola.
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