Mi piacciono le lezioni che sto seguendo. E mi piace il fatto che a dispetto di un grande gap comunicativo ed anagrafico – la maggior parte dei classmates ha intorno ai vent’anni, da cui anche la distanza relazionale – mi ritrovo per certi versi piu’ avanti di altri. Per un anno, due semestri, quinto e sento livello EAP, mi hanno infarcita dapprima di nozioni sintattiche, e poi su come scrivere un essay. E ora che seguo ENC, ENglish Composition, mi rendo conto che i ragazzini appena usciti dalla high school ne sanno meno di me. Arrivano dal liceo pieni di regole che applicavano meccanicamente, di cui ora devono liberarsi per dare spazio ad un concetto di scrittura piu’ fluido ma accademico.
Mi ritrovo ad essere piu’ ferrata di loro su dependent clauses, subordinate, avverbi e transitional phrases, al di la’ del fatto che ho il doppio dei loro anni, una buona cultura di base e una maggiore dimestichezza con la metariflessione. Ma e’ inevitabile ripensare a quando ero a scuola e portavo ai ragazzi di terza media il test di orientamento scolastico. Di sei batterie, una era grammatica e una ragionamento sulla lingua italiana. In ogni classe, ogni anno, gli studenti di origine romena (ma non accadeva lo stesso per gli ispanici) ottenevano punteggi piu’ alti rispetto alla media degli italiani, dovendo loro apprendere la lingua partendo da una costruzione grammaticale perfetta, a dispetto della lingua parlata che e’ fatta di strappi alle regole. A volte, insomma, ci si sente fuori posto come un accademico della Crusca davanti ad una platea di rappers, ma in qualche caso imparare a parlare correttamente ha un indubbio vantaggio secondario.
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