Sono una delle tante expat per amore che ha deciso di trasferirsi a Miami nel dicembre 2011 dopo due anni e mezzo di relazione a distanza con quello che all’epoca era il mio fidanzato. Ci eravamo conosciuti nel 2008, io ero reduce da una separazione e quel tipo che mi fissava al tavolo del matrimonio dei nostri amici comuni era intrigante, ma anche temuto.

Un mese dopo quel tipo si e’ venuto a vivere da me.

Un giorno di agosto, due mesi dopo esserci conosciuti, eravamo in macchina, finestrini abbassati, caldissimo. Mi dice, Ti devo dire una cosa. Dieci anni fa ho presentato domanda per la Green Card per gli Stati Uniti. Oggi mi e’ arrivata la conferma che hanno accettato la mia richiesta. Ho appuntamento al Consolato di Napoli alla fine del mese.

Non eravamo ancora nemmeno una coppia. Voglio dire, ci conoscevamo appena, anche se le cose sembravano funzionare. Non sapevo che pensare. Mi dissi, Beh, me la vivo per come viene. Se le cose si mettono male, lasciarci sara’ facile: lui a Miami, io a Roma, che ci vuole.

Non ci siamo lasciati, anzi; il nostro rapporto si e’ alimentato con la distanza. All’epoca eravamo davvero due sfigati, senza smarthpone, ci sentivamo via Skype una volta al giorno, e per il resto tante mail e chat su Messenger. Abbiamo cominciato a pensare al nostro futuro, se tornare lui in Italia, se trasferirmi io a Miami.

Nella primavera del 2011 ho messo casa in vendita, aspettando una buona proposta, e semmai ci saremmo regolati con quella sul farsi. L’autunno di quell’anno ha segnato la svolta per me: per uno strano scherzo del destino il contratto di lavoro che avrebbe dovuto essere confermato in pochi giorni, ritardava. Le settimane passavano ed il mio referente non rispondeva al telefono. Contemporaneamente i pazienti privati, ero una psicoterapeuta, erano diminuiti: in Italia iniziavano a sentirsi i primi segni della crisi. Ho iniziato a temere per il mio futuro, a chiedermi come avrei potuto pagare il mutuo, e soprattutto mi sentivo sola senza di lui. Dopo due buchi nell’acqua, arrivo’ una proposta di acquisto. Bassa, ma concreta. La vicepreside della scuola ancora non mi dava risposte, e due scuole per cui lavoravo da anni avevano tagliato i fondi dei progetti esterni. La risposta venne da se’.

Col mio fidanzato cominciammo a pensare al modo piu’ rapido per trasferirsi a Miami. Rapido, si’, perche’ non eravamo sposati e non avrei potuto chiedere il ricongiungimento familiare. L’unico modo per vivere insieme da subito era un visto studentesco, e infatti in due mesi ottenni il mio visto F1, in contemporanea al rogito per la vendita della casa, alla sentenza di divorzio, e alla conferma del progetto di lavoro. A cui rinunciai.

Sarei partita per gli Stati Uniti entro dicembre.

Due mesi dopo essere arrivata sono rimasta incinta. Ora siamo sposati e la nostra bimba ha quasi tre anni, mio marito e’ diventato cittadino americano e pochi mesi fa ho avuto anche io la Green Card. Qui poi a quarant’anni si puo’ ricominciare daccapo, e io ho scelto di studiare come Tourism Manager.

I love Kendall

Mia mamma e’ Finlandese, arrivata in Italia alla fine degli anni ’60, anche lei piu’ o meno expat per amore. Non posso dire che l’Italia l’abbia accolta a braccia aperte, o meglio, nella mia memoria di bambina ci sono tanti episodi di frustrazione per lo scontro con la lingua, la cultura e la burocrazia italiana. Per tutta la vita mi ero detta Non passero’ mai quello che ha passato lei: non me ne andro’ mai dall’Italia. E invece il cuore mi ha portata oltreoceano. Volevo essere con lui e non ho avuto paura di partire, e cosi’ la decisione di trasferirmi ha segnato l’inizio della mia nuova vita. Quella vera.

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