Lei si chiama Marcella perche’ ha origini italiane, anche se della nostra lingua non ha un grande vocabolario visto che non lo ha parlato se non che per pochi anni. I suoi nonni sono emigrati dal Sud Italia negli anni 60, la mamma e’ cresciuta in Argentina e dopo la morte dei genitori non avevano piu’ nessuno con cui praticare la lingua di Dante. La capisce, pero’. Ed è stata in Italia un paio di volte, perché è attaccatissima alle sue radici.

Marcella e’ immigrata negli Stati Uniti quando aveva 3 mesi, poi i genitori si sono separati, la mamma e’ tornata in Argentina, il papa’ e’ morto e le cose in famiglia devono aver iniziato ad andare male, tanto che lei ha perso i contatti anche col fratello. Eravamo a pranzo insieme quando ha ricevuto la notizia che la nonna paterna aveva ottenuto la Visa per visitare gli Usa – gli accordi con l’Argentina non sono morbidi come per l’Italia – ed e’ scoppiata a piangere.

Ho finalmente la sensazione che la mia famiglia stia per riunirsi, mi dice tra le lacrime, tears of joy.

Mi dice che quando la mamma decise di rientrare nel suo paese lei aveva quasi 20 anni e rimaneva a Miami senza nessuno accanto. Ero nel panico, mi dice, ero completamente sola e non sapevo come avrei dovuto organizzare la mia vita.  Poi succede che lei incontra un connazionale, si sposano, lui ottiene la residenza ma ad un certo punto scompare nel nulla con i loro pochi soldi, lasciandole un mucchio di problemi burocratici da risolvere, tipo re-intestarsi la macchina di seconda mano che avevano comprato.

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Sapete che l’Italia e’ un paese ricco?

Quante volte avete sentito di situazioni di poverta’, di disagio, di estrema solitudine?
Quella di Marcella non e’ affato una storia disperata, si capisce che viene comunque da una buona famiglia, ma da quando sono qui sento principalmente racconti di passati drammatici, simili a quelli che a Roma ascoltavo solo dagli immigrati dalla Romania o dal Peru. Figli lasciati da soli in patria oppure portati in America appena decenni, cresciuti da ignoti connazionali o lontani parenti, genitori socialmente isolati, alcolizzati e violenti, poverta’ estrema. Noi siamo abituati ad avere le famiglie vicino, storicamente non ci allontaniamo troppo dai nuclei di origine, che garantiscono anche un benessere piu’ materiale. Siamo mediamente un popolo che studia o che riesce ad avere un lavoro dopo le scuole dell’obbligo.

Lo so che non siete d’accordo.
E lo so che non tutti gli Italiani che arrivano qui hanno viaggiato in prima classe nella vita. Credo che le storie di molti immigrati siano simili, indipendentemente dal loro paese di provenienza. Sicuramente la nostra immigrazione del dopoguerra veniva da realta’ come queste.

Quella che si vede qui a Miami e’ un’immigrazione che arriva da paesi disperati, dove non ci sono acqua, fognature, servizi per centinaia di chilometri. Dove ci sono narcotrafficanti che uccidono senza pietà, dove la scolarizzazione e’ bassissima se non assente, dove la qualita’ della vita e’ inesistente, dove ci sono dittature e crisi economiche decennali, se no non si spiega perche’ cercano tutti di scappare e venire qua. Come quella amica che ci raccontava che la sua bambina appena nata veniva cullata dalle scimmie. Molto pittoresco, ma se ci rifletti cosa ti viene in mente? E non li biasimi quando ti raccontano in che modo illegale hanno passato il confine, di notte, col pericolo di essere divorati dagli squali o sparati dagli ufficiali di frontiera a cui hanno lasciato una tangente perché non vedessero.
Non sono molti quelli che arrivano qui viaggiando in economy.

Noi siamo fortunati. Gli accordi tra Italia e Stati Uniti prevedono che si possa venire in vacanza fino a tre mesi compilando un modulo online, che credo venga accettato nel 98% dei casi. Il nostro non e’ un Paese che regala immigrazione clandestina selvaggia all’America: la stragrande maggioranza di noi torna indietro, al proprio lavoro e alla propria casa di proprieta’ pagata cara e ben fatta.

Ascoltare le storie delle famiglie delle mie colleghe di lavoro mi fa capire quanto siamo fortunati noi Italiani, e quanto lo sono anche loro che nonostante tutto sono qui, hanno un lavoro ben retribuito, hanno costruito una famiglia e sono felici. E possono decidere di richiamare le famiglie di origine con la green card e portarle vicino a loro per dargli benessere, o semplicemente pagargli un biglietto aereo per una vacanza che passeranno con la bocca spalancata.

Li vedo nei supermercati.

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