Durante la terza media venne un’associazione per l’orientamento scolastico, che a quei tempi era davvero fenomeno raro. Dal mio amore per i bambini, leggermente reiterato nelle risposte al test, venne fuori che ero portata per le professioni di aiuto e l’istruzione, perciò si consigliava l’istituto magistrale.

Mio padre non volle saperne, a scuola ero molto brava. “Scegli un liceo, classico o scientifico”. Ecco. In realtà io volevo fare il liceo linguistico, perché all’epoca un libro mi aveva stregata e avevo deciso che volevo diventare una interprete. L’inglese mi era sempre piaciuto e mi riusciva anche piuttosto facile. Per tutta l’adolescenza ho imparato le canzoni ascoltandole con le musicassette: play. Pause. Scrivi. Play. Pause. Non ho capito, rewind. Play. Pause. Scrivi. Così ho imparato tantissime parole, altre erano meravigliosamente inventate di sana pianta, e ovviamente le canto ancora così.
Niente liceo linguistico, nel 1985 erano solo privati e costavano una fortuna. Come si è evoluta la scuola eh? Terrorizzata dal greco scelsi il liceo scientifico, sbagliando: amavo molto più le lettere che non le scienze, e nessuno mi fece riflettere su questa preferenza. E infatti fu un disastro, tra scelta imposta, adolescenza che esplode e materie senza fascino.
Verso i 15 anni si affacciò dentro di me la prospettiva dell’architetto. E qui si impone una digressione.
Sono otto anni che mi occupo di orientamento scolastico, quasi esclusivamente nelle scuole medie. E’ chiaro che ogni genitore è orgoglioso dei propri figli, e li considera speciali e originali e indipendenti nelle scelte, ma non è proprio così. A dodici, tredici anni moltissimi ragazzi vorrebbero fare la pediatra, o il veterinario, o l’archeologo o il paleontologo (vi prego, qualcuno mi spieghi a parte Friends quale personaggio è paleontologo). Mi spiace deludervi: non sono adolescenti ambiziosi che desiderano fare l’università; sono adolescenti che si prendono cura delle proprie parti “piccole”, dell’essere bambino che stanno lasciando; o che sono affascinati dal percorso appena intrapreso di ricerca di sé e della propria identità. Questa conclusione l’ho tratta negli anni, era un dato troppo frequente, e anche ripensando alla mia preadolescenza, anche io volevo essere pediatra e giocavo alla mammina. Ma non c’è verso di poter dire queste cose ai genitori, mi dicono convinti che è da quando hanno otto anni che le loro figlie vogliono fare le pediatre, ovviamente la leggono come una cosa personale e speciale, così ho smesso di dirlo, tanto poi cambieranno idea da soli in un paio d’anni: l’architetto sarà il modo per provare a dare ordine a tutta quella confusione interiore.
A diciassette ero sicura che avrei aperto un centro per adolescenti. Mi vedevo imprenditrice insomma 🙂 ma qui giocò un ruolo importante la difficile adolescenza di mia sorella. Ricordo quando anni prima mio padre annunciò grave che voleva portarla da uno psicologo perché era sempre arrabbiata. Ora le difficoltà adolescenziali fanno parte della cultura sociale condivisa, ma allora era tutto un gran mistero.
Avevo trovato una strada che mi motivava. L’anno successivo non ebbi dubbi nello scegliere Psicologia. Anche qui, a parte il primo anno di disorientamento, riuscii poi ad ingranare la marcia giusta e mi laureai in breve tempo col massimo dei voti. Il resto è stato tirocinio, esame di stato, specializzazione, gavetta.
Ora sta iniziando una nuova fase della mia vita. La prossima settimana chiuderò la partita iva e comunicherò la cessazione dell’attività all’ordine psicologi. E il nome che ho scelto per questo blog diventerà realtà: ERO Lucy van Pelt, la ragazzina col banchetto pronta a dispensare consigli (per pochi soldi, eh eh eh sono un’utopista, lo so, apposta sono scannata). Cosa diventerò, lo saprà solo il tempo.

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