E’ stata un’altra giornata con le emozioni sulle montagne russe. Al risveglio la notizia che non avrei voluto leggere, anche se da ieri si era prepotentemente affacciata alla realtà. Poi scuola, poi posta per fare la disdetta di alcune utenze, poi l’ultima terapia con un giovane ragazzo che in un anno ha risolto i suoi duri problemi, è stato bellissimo! Poi la telefonata al papà dell’altra giovane ragazza che invece dovrà proseguire con un collega, con questa famiglia si è stabilito davvero un bel rapporto di stima reciproca, spero di poter avere notizie di lei in futuro. Poi di nuovo scuola, poi mi chiama il mio promesso per dirmi che ha ritirato la domanda di ammissione al college e devo chiamare il Consolato, ma è tardi e dovrò farlo domani, ma domani c’è il finimondo, e insomma, io speriamo che me la cavo.
Poi un messaggio in bacheca su Facebook. Era la notizia a cui avevo accennato, e che speravo potesse arrivare prima della mia partenza. Ho pianto di nuovo, di gioia e di amarezza. Avevo troppo bisogno di condividere questo triste aspetto della mia vita. All’epoca non poté accadere, un po’ per riservatezza mia, un po’ perché improvvisamente mi trovai a dover affrontare ben altre urgenze. Poi ho ricostruito me stessa, ho trovato l’uomo che sognavo, ho ricominciato a guardare al futuro, ma quel pezzo della mia vita, una conchiglia dolorosa, è rimasta sepolta sotto la sabbia. Ora la marea si è ritirata, Nina l’ha raccolta e ha deciso di scaldarla nelle sue mani. E io le sono grata, perché il suo blog è una spiaggia calda, dolce e accogliente. E lei è una donna forte, in gamba, e non vedo l’ora di conoscerla.
Però la conchiglia ho voluto affidarla a lei.

LA CONCHIGLIA DI LUCY

Ciao Nina, sono Ero Lucy van Pelt.

Sono-ero fa ridere, ma tant’è, in questo momento è il mio paradigma. Ho 39 anni, sono una psicoterapeuta, e per motivi professionali il blog su cui mi racconto è “anonimo”. Ero Lucy perché da tredici anni sono una psicologa e passo le giornate al mio banchetto ad ascoltare le persone, ma tra qualche mese mi trasferirò all’estero e non sarò più Lucy, non so quello che sarò. Questa è la mia presentazione 🙂

Il tuo blog è stata una sorpresa dolcissima. L’ho trovato materno, accogliente. Questa idea delle conchiglie è così commovente e generosa che ho pensato di raccontarti anche la mia storia, perché anche questa ha un passato e un presente, e siccome ho letto qualche blog delle tue followers, beh, spero possa aiutare qualcuna a riflettere, e ritrovarsi, come a me non è successo.

Qualcosa ho postato anche qui.

Ero sposata, ora sono quasi divorziata.

La mia storia in cerca della cicogna inizia nel 2001, quando prendo una sbandata per un collega del lavoro che facevo per mantenermi gli studi. Lui era 3 anni più piccolo di me, aveva 26 anni ma mi sembrava così uomo. Forte. Deciso. Maturo, rispetto al trentenne con cui stavo da sei anni. Lascio la persona con cui stavo e inizio una relazione col collega. Dopo tre mesi andiamo a convivere, siamo spaventati ma emozionatissimi. Per lui era la prima esperienza fuori dalla famiglia di origine, e vede in me la donna indipendente, forte, capace di farcela da sola, l’esatto opposto della ragazzina con cui stava. Il suo desiderio è godersi l’autonomia, viaggiare, far tardi la notte, far l’amore senza dover stare attenti ai genitori nella stanza accanto, giocare a fare i grandi.

Io tutto questo l’ho già vissuto, l’ho già fatto. Ho viaggiato, ho amato, ho conquistato la mia autonomia sudandomi i miei meriti, sto cercando di fare il lavoro che voglio accettando piccoli compromessi, senza mai perdere di vista il mio obiettivo professionale. Ma ho anche quasi trent’anni, e mi piacerebbe avere un figlio.

Lui non lo vuole ancora, ma le mie insistenze sono tante, a volte violente, a volte lo ricatto. Lui accetta di avere rapporti senza precauzioni. Inizio a fantasticare di avere la pancia, inizio ad ascoltare i silenzi del mio corpo in cerca di qualcosa che invece non c’è, conto i giorni.

Non accade nulla. Passano i mesi, e ogni mese maledico le mestruazioni, e ogni mese mi ripeto che forse abbiamo sbagliato i conti, e ogni mese ricomincio a sperare convinta di aver scorto un segno, per poi crollare disperata, in un’altalena di emozioni debilitante.

Passa un anno, e un giorno lui mi dice che si sente pronto ad essere padre. Non gli credo, non sento gioia né emozione nella sua voce, ma gli credo sperando di sbagliarmi.

E’ il 2003. Al termine di una litigata non so più per quale motivo lui mi chiede di sposarlo. Solo anni dopo mi confesserà di averlo fatto “per darmi qualcosa altro a cui pensare”. Inutilmente, ovviamente. Mi regala un anello di fidanzamento infilandomelo al dito in macchina, dopo essermi passato a prendere sotto casa di un’amica, come si fa da ragazzini con i regalini del mesiversario. E’ puro vetro, ma non mi interessa, rappresenta altro. Però è freddo.

Nel frattempo lui si gode quella libertà che aveva sempre voluto, giustamente; ma spesso mi lascia a casa, a volte inventando scuse assurde per le quali mi arrabbio e discutiamo, ma alla fine accetto e comprendo sempre il suo bisogno di vivere le sue amicizie senza di me. Mi rimprovera di non uscire, di non distrarmi, ma abbiamo una macchina in due, è difficile organizzarsi con i suoi orari di lavoro, e poi le mie amiche più strette sono andate a vivere fuori Roma, gli altri sono amici comuni, oppure le vedo a pranzo.

Non mi interessa, in realtà, Mi chiedo perché non resti incinta, cos’abbia che non va, perché le mie amiche hanno figli schioccando le dita e io niente. Comincio a fare qualche blanda indagine, dosaggi ormonali, tutto nella norma. Devi godertela. Devi farlo tre volte al giorno. Devi farlo un giorno si e uno no. Non devi pensarci. Vedrai che in vacanza arriva.

Nulla.

Il sostituto arriva intanto sotto forma di un cagnolino dolcissimo, che qualcuno abbandona nel nostro giardino e diventa il coccolatissimo cucciolo di casa.

Ci sposiamo l’anno dopo, 2004. Un altro anno passato senza pancia, un altro anno di montagne russe di emozioni, un altro anno trascorso al limite delle allucinazioni, tanto che il mese che ho due giorni di ritardo vado completamente fuori di testa dalla gioia, mi dimentico persino di andare a lavorare. La gioia dura niente, era un ritardo.

Due mesi dopo esserci sposati mio padre ha la diagnosi di tumore, e otto mesi dopo muore, precisamente due giorni dopo la morte di un’altra parente, una vecchia zia a cui eravamo tutti molto legati. “Devi reagire, non vorrai mica cadere in depressione!” mi urla una settimana dopo.

Decidiamo di andare un po’ più a fondo alla gravidanza che non arriva, e basta un banale spermiogramma per capire che lui non avrebbe assolutamente potuto diventare padre.

La mia reazione è da una parte di sollievo, dall’altra non mi perdo d’animo, mi rimbocco le maniche, cerco in rete, chiamo un medico che ci fissa un appuntamento e con molta dolcezza ci propone di diventare genitori con la gravidanza più lunga che ci sia: la fecondazione assistita. Purtroppo abbiamo appena preso un mutuo per ristrutturare un appartamento della sua famiglia, le spese son tante e in quel momento non possiamo permetterci un percorso privato; l’unica struttura che nel Lazio, grazie anche all’affondamento della legge 40, ci può venire incontro è a Latina. Iniziamo i viaggi della speranza.

Mesi di analisi e mesi di attesa, perché il servizio pubblico è così. Dopo le analisi preliminari ci prospettano una Icsi, ma non prima di due anni. Accettiamo. E’ il novembre 2005.

Un mese dopo inizio finalmente ad essere retribuita per il lavoro per cui ho studiato dodici anni. Sono pagata poco ma sono felice. Mantengo ancora l’altro lavoretto, per arrotondare, ma sei mesi dopo scoppio, sono stanchissima, decido di investire solo sulla mia professione pur pagata poco, qualcosa ne verrà fuori. E così è, mi offrono un piccolo aumento e una qualifica migliore. Lui nel frattempo cresce sul suo lavoro, gli propongono di diventare responsabile di una filiale a Napoli. E’ una buona occasione, ma gli chiedo come faremmo per i nostri viaggi della speranza. Decide di accettare facendo il pendolare due volte a settimana. Un altro anno passa così, ma la nuova casa ci riempie di gioia, ci sono tante cose da fare, e quando a settembre 2006 ci trasferiamo sono felice, siamo felici. C’è anche la stanza per il nostro bimbo, anche se nel frattempo è il nostro studio, la stanza degli ospiti, il presidio informatico.

Primavera 2007, facciamo un meraviglioso weekend in agriturismo in Toscana, passato tra sesso, cibo e relax. Siamo sereni.

Giugno, il mio capo comincia a rendermi la vita impossibile, decido di licenziarmi per mettermi in proprio. Programmiamo vacanze in Sardegna e d’un tratto arriva la meravigliosa notizia: la Icsi non sarà più a dicembre ma a settembre! Non mi sembra vero, sono strafelice, sarà l’ultima estate da soli, forse l’anno prossimo stringeremo tra le braccia il nostro bambino così a lungo desiderato!!

Luglio 2007, gli preparo una festa a sorpresa per il suo compleanno. Arriva con una faccia terrea, ma poi si rilassa e passiamo una bellissima serata tra tanti amici. La mattina dopo è taciturno, silenzioso, gli chiedo cos’abbia. Nicchia, mi dice che è solo stanco, va al lavoro. Alla sera è nuovamente teso e silenzioso. Un soldino per i tuoi pensieri, gli dico.

Apre la diga.

Non mi ama, non mi ama più, non si voleva sposare, non voleva fare i lavori per la nuova casa, il fine settimana in Toscana gli serviva per capire cosa davvero provava per me, non vuole più partire, non sa se vuole stare con me.
Io gli dico un solo nome: Vanessa.
Mi guarda stupito, Come fai a saperlo? Non lo sapevo, ma improvvisamente capisco perché ultimamente questa qui ricorresse così tanto nei suoi discorsi, e perché l’ha aiutata ad essere assunta. Lei si è sposata il giorno prima, lui è andato al suo matrimonio, ecco perchè era terreo. E’ innamorato di lei e lei di lui.

Due settimane dopo dovremmo essere a Latina, lui dice che non se la sente, poi cede e partiamo per il nostro ultimo viaggio. Dal medico firmiamo il consenso informato, mi danno la ricetta per gli ormoni e la siringa per iniettarli, ci rivedremo un mese dopo.

Non torneremo più, ne’ avrei mai usato quei farmaci.

A settembre ho cercato una casa, a gennaio mi ci sono trasferita, a febbraio ci siamo separati, il prossimo autunno divorzieremo. E questo è il passato di Ero Lucy.

Il presente è rappresentato da un uomo meraviglioso, conosciuto sei mesi dopo la separazione, che mi ama da impazzire, che mi capisce, mi ascolta, mi rispetta. Ho capito a trentasei anni cosa vuol dire essere amata. Lui però si è trasferito negli Stati Uniti, e se tutto va bene lo raggiungerò il prossimo anno.

E il mio desiderio di avere un bimbo?

E’ sempre lì. Il mio compagno lo desidera tantissimo, ma finora i nostri rapporti liberi, nelle poche settimane in cui ci riuniamo, non hanno dato i frutti sperati.

Io ho il terrore di ricadere in quella spirale di pensiero ossessivo e allucinazioni e dolore e calcoli. Cerco di pensarci il meno possibile, e mi riesce facile, non sono più quella di dieci anni fa, questo lo so. D’altra parte mi dico che di anni ne ho 39 e non sarà semplice, forse dovremo ricorrere ad un aiuto esterno, e questo non lo so se lo voglio. Non voglio correre il rischio di perdere il mio grande amore. Ho paura di mettere a repentaglio la nostra felicità.

Negli ultimi mesi stanno succedendo delle cose, dei libri che arrivano da me, persone, ora anche il tuo blog Nina. Che quando ho letto che eri stata a Maccarese, e poi a Martignano, beh sono i luoghi dove io sono sempre, ti sento vicina, sento questa rete di soccorso che è arrivata da me. E ora ho l’opportunità di raccontarmi, scusa se sono stata così prolissa, ma ogni volta è una ferita che si riapre e vomita, anche se ormai è passato tanto tempo, ma lui mi ha fatto tanto male e il dolore ritorna sempre su ma senza svuotarmi. Scrivo e mi rendo conto che le emozioni sono congelate. Come era lui.

Spero che questa conchiglia si areni su una spiaggia lontana da me, o che io possa incamminarmi lontano. Ora come ora ho talmente tanto tempo vuoto che la testa pensa, pensa, pensa. Vorrei liberarmi di questo peso.

Grazie Nina per questa opportunità, anche solo per aver letto fin qui.

Un abbraccio 

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