Appuntamento all’Ambasciata alle 9.35, ero nei pressi già un’ora prima. Purtroppo da paesello non posso essere sempre certa dei tempi di percorrenza.
Alle 9.10 sono davanti al cancello insieme ad altre persone. Mi metto in fila mentre ascolto Fabio Volo. Poco dopo il vigilante si avvicina alla coda della fila per chiederci se ci sono ritardatari degli appuntamenti fino le 9.20, poi decide di far passare avanti me e un’altra. Entro, lascio il cellulare al l’ingresso, passo il metal detector, suona, tolgo la cinta, passo, ok; la borsa la passano al nastro, dentro c’è di tutto, frugano un pò, poi mi danno l’ok ed entro nella sala d’aspetto.

Attendo che chiamino il mio nome. La tipa  cerca tra i documenti che ho portato ma non trova il pagamento della tassa consolare. E certo che non lo trova. Se sul sito avessero scritto “vai alla BNL e paga la tassa consolare” non avrei avuto dubbi. Esci, avverti il vigilante che vai in banca, attraversa la strada, vai dall’impiegato più rincoglionito che c’è, paga ‘sti 112 euro, ariattraversa la strada, salta la fila, arientra, aritogli la cinta, aripassa il metal detector, aripassa la borsa, arimetti la cinta, arientra, la tipa si ricorda, mi accomodo in attesa.

Dopo 5 minuti mi richiama, controlla i documenti. “Hai qualcosa che attesta il tuo legame con la persona da cui vai a vivere?” “Beh no… solo una foto!” rido. “Qualcosa che attesta il tuo legame con l’Italia?” Le dò il cambio di residenza appena ottenuto a Torino. “Hai un lavoro qui?” “Sì, ho portato l’ultimo contratto.” Legge. “Insegnante?” “No, psicologa, ho contratti annuali con le scuole.” Stavolta ride lei.
Riordina i fogli, mi dà il numero 71 e mi fa accomodare. Aspetto una decina di minuti, c’è veramente di tutto. Future mogli, un prete, una famiglia dominicana, padre e figlio iracheni, una famiglia sikh, una donna ispanica molto bella e distinta, un asiatico completamente disorientato.

Mi chiamano allo sportello, la tipa è romanissima. Prende i documenti, poi le solite impronte digitali: mano sinistra quattro dita, mano destra quattro dita, i due pollici. Mi dà informazioni per il ritiro del visto (venerdì pomeriggio, causa festività) e mi fa accomodare nella sala attigua. Dopo pochi minuti il console (?) mi chiama allo sportello. “Come mai vuoi andare a studiare negli Stati Uniti? Cosa vai a studiare? Cosa fai qui? Lui ti sponsorizza per le spese, ho bisogno di un documento che attesti la sua disponibilità economica.” Che ovviamente non ho. “Ma lo abbiamo già presentato al College, è quello che è indicato lì sotto.” “Ma ho bisogno di vederlo, qui vedo solo la cifra da erogare.
Non ti sto negando il visto, ma se mi fai avere questo documento potrai ricevere il visto venerdì dopo le 17.” Ovviamente in Florida sono le 4 del mattino, ma se il mio promesso fosse stato in California avrei dovuto aspettare molte più ore. Ottimismo, ottimismo.

E allora eccomi qui, a casa, incimurrita da un raffreddore esploso appena rientrata. Il mio promesso è da Office Depot a mandare il fax al console, spero di avere conferma dall’Ambasciata entro le 16.30.
To be continued.

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