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Mi piacerebbe riuscire a spiegare un pensiero che ho gia’ accennato qui l’altroieri, spero di essere chiara, anche se ne verra’ fuori uno dei miei soliti post stradensi di concetti.
Tutto parte da un post di Pattibum, secondo cui molte coppie di suoi amici rinunciano a separarsi per via dei costi esorbitanti. Come le ho scritto nei commenti, sono d’accordo in parte.
Secondo me per un sacco di situazioni siamo sempre li’: non ci si riesce ad assumere una responsabilita’. Tra amici, ex pazienti, conoscenti, ne sento tantissimi che restano separati in casa. Per anni.
E non per i soldi. E’ vero che a Roma, da cui scrive anche Pattibum, gli affitti sono allucinanti (una camera da dividere in alloggio studentesco costa 400 euro, tanto quanto a Terni l’affitto di un appartamento); ed e’ vero che il Tribunale di Roma, capitale d’Italia, non preveda la possibilita’ di autorappresentarsi in cause di separazione: forse per poter fornire lavoro agli altrimenti disoccupati 23712 avvocati della sola citta’ di Roma.
Pero’ ecco, la maggior parte delle situazioni che conosco e’ tale perche’ si continua a fare quello che si faceva secoli fa: si resta insieme per non dare scandalo, per il bene dei figli, perche’ magari poi passa. Ecco, giusto l’altroieri un post agghiacciante, che non linkero’, raccontava di una donna evidentemente stufa di essere trattata come cameriera dal marito che non prende la decisione di lasciarla o restare come si deve.

Insomma, la maggior parte della gente se la racconta. E vorrebbe fartela bere.

Separarsi non e’ facile, pero’ conosco tante donne che hanno rinunciato al mantenimento pur di ottenere la loro liberta’ emotiva. Perche’ vuoi o non vuoi quel legame li’, che non riesci a recidere, ti segna, scava, lavora, e ti inquina l’anima e la testa.
E conosco donne, tipo le mie elastigirls, che nonostante avrebbero diritto al mantenimento perche’ hanno dei figli, non beccano un soldo da mai, eppure stringono la cinghia, si arrangiano come possono e vanno avanti. A testa alta. Perche’ quei parassiti li’ non li vogliono accanto a loro, anche se poi dovranno avere a che farci per tutta la vita.

Poi leggo di un bel libro in uscita, di Antonio Polito, che non e’ esattamente uno che mi sta simpatico, ma evidentemente la politica e’ anche una forma mentis. L’articolo e’ scritto da lui stesso, e sostanzialmente dice quello che secondo me noi donne, secondo lui gli uomini, solitamente fatichiamo ad accettare: la separazione dei figli.
Parlando della generazione che lo ha preceduto e di suo padre, dice:

Non dico dunque che ci aiutarono con il loro esempio, con i loro consigli, con la loro guida, tranne rari ed encomiabili casi. Ma si prestarono a fare ciò che da mondo è mondo un padre deve fare: opporsi al figlio. Diventarne la controparte. Incarnare uno stile di vita diverso. Impersonare il passato. Consentire che il figlio gli si rivolti contro, e così facendo conquisti la sua emancipazione. Perché se non hai un padre da cui allontanarti, non c’è modo di avvicinarti all’età adulta e al futuro. Io me ne sono accorto perfino fisicamente quando mio padre se n’è andato: era stato proprio sfidando la sua autorità morale, ribellandomi a quel costante richiamo al senso del dovere ora scomparso insieme con lui, che ho costruito l’individuo che sono. Per questo è così doloroso perdere i padri, per questo dopo ci sentiamo così soli.

Se siete intelligenti e non faziosi come alcuni commenti al post capirete che quando lui dice opporsi e diventare la controparte non intende dire fare il fascista o lo stronzo, come qualcuno ha scritto. Semplicemente significa essere fermi nelle proprie decisioni, ad esempio; porre dei paletti a delle richieste irragionevoli; saper dire no quando serve.
E separarsi, nella mia accezione, significa essere emotivamente indipendenti, non fare le valigie ed andarsene. Che’ c’e’ gente, anche donne, che vive da sola ma non si e’ affatto separata emotivamente da mamma.

Nella mia pratica clinica ho notato che sono sempre piu’ le mamme ad avere difficolta’ ad accettare che i figli crescano e si separino; c’e’ pure da dire che di solito sono le mamme a mettersi in gioco e ad andare a parlare con gli psicologi. Di padri ne ho visti mooooolti meno. Pero’ ecco, mi capita anche tra le amiche, di notare una riluttanza all’autonomia dei figli. E non credo che questo capiti solo perche’, come dice Polito, i padri non sanno piu’ fare i padri. Forse questo e’ piu’ vero in adolescenza e con i figli maschi.

Forse e’ proprio un problema generazionale, di donne e di uomini che sono terrorizzati all’idea di dover gestire una distanza che vivono come un rifiuto, ma che tale non e’. E’ difficile spiegare alle mamme che dovrebbero andare fiere delle opposizioni adolescenziali dei figli, perche’ vuol dire che stanno crescendo sani. E’ il contrario che non e’ normale, proprio per quello che dice Polito. Pero’ sappiamo tutti quanto e’ inquietante una madre che anziche’ rappresentare il passato, come lui scrive, si veste e si atteggia come la figlia ventenne; perche’ non ci inquieta un adolescente accondiscendente?

Ultimamente ho letto piu’ di un post di riflessioni in cui le scrittrici lamentavano un gelido rapporto con i propri genitori, per i quali era sempre necessario fare di piu’, fare meglio, e il bravo non era mai contemplato. Vero. Anche io sono cresciuta cosi’. La domanda era sempre Ma gli altri come sono andati? Eppure non mi sembra che siamo venute su cosi’ male. E come rispondevo ieri a Ci’, la sicurezza di se’ arriva tardi, e’ un lavoro molto piu’ lungo. Fidatevi, non esiste un solo adolescente che abbia stima di se’.
Pero’ e’ diverso da quelle mamme, e quei papa’, che iperproteggono, contestano l’autorita’ prima ancora che lo facciano i loro figli e cercano di spianargli la strada a qualsiasi passo. Questi figli cresceranno immaturi e incapaci.

E se fosse vero quello che si dice? Che la messa in crisi dei ruoli tradizionali ha generato una situazione di questo tipo? Voglio dire, da sempre gli uomini sono stati marginali nella gestione della casa e nella cura dei figli. Da qualche tempo le donne rivendicano pari opportunita’ in casa e al lavoro. Le femministe hanno lottato per i diritti delle donne e per ottenere pari dignita’ in una nazione in cui, ad esempio, il delitto d’onore era ancora in vigore nel 1980. Pero’ forse c’e’ qualcosa che non va. Forse e’ il postfemminismo, che non amo, ad aver creato dei mostri. Perche’ leggo blog e articoli in cui le donne rivendicano il proprio ruolo con aggressivita’, con rabbia, innescando una sorta di braccio di ferro col marito e con tutto il genere maschile.

Donne che, l’ho fatto anche io, l’ho detto, non chiedono ma ringhiano; non domandano perche’ gia’ si aspettano; non collaborano perche’ pretendono. L’uomo e’ un essere semplice, lo diciamo tutte. Noi donne sappiamo anticipare bisogni e desideri, perche’ guardiamo oltre, sappiamo gia’ quello che accadra’. L’uomo no. L’uomo aspetta di vedere quello che succede e poi agisce. L’uomo pero’ e’ cresciuto da una madre che lo ha anticipato nei suoi bisogni, e che ha sempre provveduto a lui. Mi spiegate per quale salto logico un uomo dovrebbe improvvisamente comprendere che abbiamo bisogno di fare una doccia e quindi di tenere un attimo il pupo senza che glielo chiediamo? (si’ ok ho letto anche il post di una mamma che ha dovuto trovare una soluzione propria perche’ il marito ha detto no, ma sono casi piu’ rari).
Insomma, siamo diventate autonome tagliando fuori i compagni di cui non abbiamo bisogno e ci ritroviamo ingabbiate in un ruolo che pero’ ci va stretto. E ci lamentiamo se i nostri uomini non sono piu’ uomini. Se non se ne vanno di casa quando non ci amano piu’. Se non sanno prendere una decisione da soli. Se non ci aiutano nel crescere i figli (quanto ho apprezzato la puntualizzazione di Valeria! Brava leonessa!).
Insomma, ne’ con me ne’ senza di me.
Esattamente come quelle separazioni li’ sopra.

È vero che a volte i chilometri sono un problema. Ma ci sono cose peggiori. Ad esempio, quando hai accanto una persona ma la senti assente. Perché un luogo lontano lo si raggiunge, un cuore lontano non si raggiunge mai.
(F. Roversi)

l’immagine viene da qui. Il testo non so se sia davvero di Roversi, googlando escono solo pagine facebook, pero’ ho trovato questo

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