Il titolo e’ assolutamente fuorviante, ma se no poi si inizia coi distinguo ma a Padova… ma a Messina…
Prendo spunto da un articolo del Corriere che parla del futuro degli psicologi italiani per completare un post che ho in bozze da troppo tempo. E siccome oggi e’ l’anniversario della nascita di Rorschach, quale giorno migliore?
In tempi di crisi, si sa, certe professioni sono le prime a subire un brusco ridimensionamento. Quando una famiglia ha problemi economici non va di certo a spendere per la psicoterapia del figlio, almeno non privatamente – anche se ho sempre raccontato come i miei pazientini con qualsivoglia diagnosi improvvisamente guarissero il 15 giugno col chiudersi delle scuole, almeno a detta dei genitori, i quali ritelefonavano verso la fine di ottobre. Capite bene che lavorare a regime ridotto per tre-quattro mesi e’ un lusso che nessuno si puo’ permettere. E infatti sto qua, anche per i motivi spiegati da questo signore qui e da questo ragazzo qui (non volevo crederci!!).
Dicevo.

Fare lo psicologo a Roma significa combattere costantemente con la concorrenza forte e al ribasso di colleghi ed istituzioni. Dal sito dell’Ordine Psicologi Lazio:

La comunità professionale conta più di 16.000 psicologi iscritti all’Ordine del Lazio, il più grande in Italia se pensiamo che il totale nazionale è di 80.000 psicologi, in un rapporto con  la popolazione di 1 psicologo per ogni 700 italianiNel Lazio il dato si discosta da quello nazionale ed è ancora più significativo. […] Se nel 1994 avevamo uno psicologo ogni mille abitanti, oggi questo rapporto scende ad uno ogni 350. Da questi pochi dati emerge chiaramente come il numero di giovani che si avvicinano al mondo della psicologia cresca vertiginosamente. 

Uno psicologo ogni 350 abitanti solo nel Lazio, voi capite, e’ assolutamente sbilanciato. Non serviamo, siamo troppi. E infatti ovviamente il mercato non ci assorbe tutti, e’ impossibile. Per capire, in tutta l’America sono circa 93.000.
I giovani colleghi cercano di conquistare fette di mercato abbassando le tariffe; i vecchi, che sono anche i referenti istituzionali dell’Ordine regionale, siedono quasi tutti sulle comode poltrone delle Asl territoriali, svolgono professione privata oltre all’incarico pubblico e non hanno la piu’ pallida idea di quello che significhi essere uno psicologo oggi, a partita iva o a prestazione occasionale, ed il risultato e’ una realta’ professionale completamente schizofrenica.

In piu’, l’Universita’ ha delle lacune formative enormi. Parlando della mia esperienza presso La Sapienza, mi sono laureata (vecchio ordinamento, laurea quinquennale) nel 1996 e specializzata nel 2003. In dodici anni di studi ho avuto docenti quasi unanimemente iscritti alla SPI, e sempre psicoanalisi proponevano. Non ricordo un prof che andasse controcorrente e parlasse dei settemila tipi di psicoterapia esistenti. Oh, magari invece ora si studia, eh, io ero li’ nel paleozoico. Che poi iniziai la specializzazione mentre era direttrice una delle maggiori esponenti della psicoterapia familiare, Evvai, imparo altro! Macche’, tempo un anno, lei va via e arriva il classico psicanalista ortodosso.

Esci da un percorso di studi di questo tipo, che pensi di fare? Brancoli nel buio. La triennale da’ pochi strumenti e pochi sbocchi lavorativi, ma il problema in questo caso e’ culturale, visto che per esempio la selezione/gestione del personale e’ raramente appannaggio di uno psicologo del lavoro. Quindi i neo dottori fanno quello che fanno tutti gli altri: la specialistica. E poi l’esame di Stato. E poi?
La formazione per uno psicologo e’ infinita ed autoreferenziale. Perche’ tutti i neolaureati sono abbandonati a loro stessi e finiscono per fare tutti le stesse cose. Nel nostro paese la psicologia sostanzialmente e’ quella dei matti, e cosi’ gli psicologi clinici o dello sviluppo che non sanno dove sbattere la testa dopo la laurea fanno un corso in psicodiagnostica, si iscrivono all’Albo e poi alla Scuola di psicoterapia, oppure si agganciano a qualche Tribunale per le perizie. Tutti. Spendono soldi, tanti, investono in un futuro che non avra’ mai uno sbocco all’altezza, sempre per lo sbilanciamento di cui sopra. Figuriamoci poi se tutti i laureati hanno esattamente la stessa formazione e le stesse competenze di base.

Quanti vanno a fare gli operatori nelle case famiglia? Quanti psicologi lavorano sull’handicap, il benessere, lo sport? Quanti decidono di diventare formatori? Quanti di lavorare nelle ricerche di mercato?
Ogni volta che ho provato a parlare con un neo dottore riguardo a questa saturazione del mercato sono sempre stata guardata con sufficienza, come a dire Ma io ce la faro’. Ed e’ un po’ lo stesso sguardo che devo aver dato io, ancora matricola, al papa’ della mia amica che mi diceva Ma ndo vai, non avete nemmeno un Albo. E invece l’Albo c’era, ma era il 1991, ed era stato istituito due anni prima, dopo la riforma della professione (che prima dava abilitazione alla professione a chiunque avesse sostenesse un esame di psicologia pur essendo astrofisico. O peggio, astrologo. Giuro) e diciamo cosi’, si era un po’ dei pionieri pieni di speranze, visto che sempre in quell’anno, il 1989, Psicologia si sganciava da Magistero e diventava una facolta’ indipendente. Poi negli anni e’ stata creata Psicologia 2 che pero’ era nello stesso edificio di Psicologia 1, ed era un bel casino. Oggi Psicologia e’ sotto Medicina, e secondo me, e’ un bene. Solo che siamo schizofrenici e sotto Medicina c’e’ anche Psicologia 2, che pero’ non e’ piu’ psicologia del lavoro, ditemi che e’ perche’ non ho mica capito.

E nel tempo tutto e’ cambiato solo in peggio. Non c’e’ stato alcun ricambio generazionale, si e’ introdotto e poi eliminato il test di ammissione e poi di nuovo introdotto ma non selettivo, si e’ eliminata la propedeuticita’ degli esami (ai miei tempi c’era il blocco tra il biennio ed il triennio, e vi assicuro che scremava tanto, tantissimo, i parcheggiati e gli infiniti fuoricorso con un esame all’anno all’attivo) ed il tanto sbandierato diritto allo studio si e’ appiattito ed annullato.

Finita la specializzazione ho continuato a lavorare ai customer services per qualche tempo finche’ sono approdata per puro caso alla Psicologia Scolastica, rispondendo ad un annuncio di lavoro. La conoscevo solo tangenzialmente, perche’ ai miei tempi non faceva parte del piano di studi di Psicologia dello Sviluppo, e l’ho imparata sul campo, perche’ mi sono appassionata immediatamente. Assunta da una societa’ scombinata ed in continuo cambiamento ma che devo onestamente ringraziare, essendo stata l’unica a darmi un lavoro senza che fossi affiliata a qualche scuola di psicoterapia (egoriferimento), ho conosciuto delle belle persone, valide, con cui sono ancora in contatto. Ci pagavano un cavolo, ma lavoravamo. Avevo trentadue anni, prendevo un fisso di 500euro al mese, ma mi sembrava un traguardo preziosissimo, dopo tutti quegli anni sui libri. Me l’ero gestita male, lo ammetto, ma non avevo avuto alcuna guida.

Di tutti i giovani colleghi che negli anni ho conosciuto in quella societa’ (i tirocinanti costano pochissimo e sono volenterosissimi), solo qualcuno continua la professione. Qualcuno e’ diventato mamma e non lavora piu’, qualcuno agente immobiliare, qualcuno insegnante di sostegno, altri fanno la professione privata oltre ad insegnare danza e recitare, ma tutti hanno fatto la specializzazione quadriennale per l’abilitazione alla psicoterapia.

Tutti tranne due colleghe ed amiche molto intraprendenti, che hanno avuto fiuto. Hanno deciso di andare controcorrente e di sfatare il mito dello psicologo-psicoterapeuta. Grazie ad un tirocinio molto settoriale, svolto in un momento in cui il campo dei disturbi dell’apprendimento stava per esplodere e in una zona assolutamente priva di servizi (perche’ regola vuole che se non hai studio ai Parioli sei un pezzente, solo che poi sei un pezzente senza pazienti e con un affitto d’oro da pagare), hanno aperto uno studio che si chiama Il Grillo Parlante e si trova sul litorale nord di Roma. Come mi piace sempre ricordare, la psicoterapia non e’ la panacea di tutti i mali. E soprattutto non e’ per tutti, assolutamente. Si campa anche senza, eh.

A me sembra naturale che la selezione poi la faccia il mercato del lavoro, se non viene fatta prima. Quello che trovo assurdo e’ che mai, ne’ alle scuole superiori ne’ durante il percorso di laurea, venga fatto orientamento in uscita illustrando i possibili sbocchi occupazionali. I giovani sono giustamente ottimisti e convinti che una volta laureati i contratti pioveranno. Il punto e’ che la psicologia oltre a sabotarsi internamente si scontra con ostacoli culturali e sociali, e spesso come molte professioni di aiuto viene considerata una iniziativa legata al buon cuore degli operatori, che naturalmente campano delle emozioni che sanno trasmettere.

Riusciremo – no, io no, non sono piu’ iscritta all’albo (ero Lucy!). Riusciranno gli psicologi a compiere la rivoluzione che la nostra professione merita?

Vabbe’, per chi legge oggi 8 novembre, divertitevi col Doodle.

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