Quando ero operatrice outbound addetta al telemarketing lavoravo molto liberamente. Turno pomeridiano (al mattino avevo lezione o tirocinio), entravo in Atesia quando volevo e andavo via quando volevo. Meno stavo, meno guadagnavo, e venivo pagata a chiamata conclusa e/o prodotto venduto. Mi andava stra bene, certo non era chissa’ che stipendio, ma quel poco mi garantiva una grande autonomia, che era quello che mi serviva. Con me infatti lavoravano per lo piu’ mamme o studenti. La pacchia, per cosi’ dire, duro’ fino al 2002, quando mi proposero un contratto di apprendistato part time a sei ore, con ritmi lavorativi decisamente piu’ scanditi: un guadagno sicuro a fronte di regole precise e alta produttivita’. Non era quello che volevo fare nella vita ma di nuovo mi tornava utile. Poi mio papa’ si ammalo’, mi specializzai, iniziai una collaborazione e per un periodo portai avanti entrambi i lavori parallelamente, non senza fatica.

Iniziai come psicologa scolastica con ritenuta d’acconto, mi insegnarono il lavoro sul campo, ero impegnata solo quando ero direttamente coinvolta nel progetto scolastico ed esclusivamente al mattino, ma dopo pochi mesi venni promossa. Sempre pochissimi soldi, una miseria, per lavorare full time 9-18.  Non avevo mai avuto un lavoro di ufficio prima di allora, ero li’ a volte che finivo le mie cose in poche ore (abituata a lavorare a prestazione) ed il resto del tempo aspettavo che arrivasse l’ora di andare via. Altri giorni invece avrei dovuto restare 24 ore dentro quello studio, tra terapie, gruppi, progetti da buttare giu’, proposte, perfino una delirante preparazione alla certificazione ISO. Mio padre mori’, la mia amica/collega non ottenne il rinnovo del contratto e mi propose di lavorare insieme come libere professioniste, inizio’ la nostra avventura, contemporaneamente al mio divorzio. Tornai a non avere orari fissi, ne’ ferie o malattie, di nuovo una grande liberta’ organizzativa a fronte di un guadagno prima piccolo poi progressivamente migliore ma ipertassata. Il vantaggio dell’avere una partita iva e’ l’avere la completa gestione del tuo tempo, lo svantaggio e’ che non smetti mai di lavorare, perche’ lavori tantissimo nel tuo tempo libero. Ma ero nel mio paese, sapevo come muovermi, sapevo come comunicare, sapevo tutto.

Poi arrivo qua riinizio a studiare resto incinta blablabla. Ora lavoro full time, ho orari fissi e immagino che di nuovo alternero’ momenti di noia a momenti molto serrati. Solo che stavolta ci sono tante altre variabili ad accompagnare il contesto “lavoro fisso”.

Innanzitutto la lingua. Il primo giorno di lavoro mi hanno chiesto di telefonare in Ohio per ordinare un barattolo di soluzione chimica in polvere. Penso che mi abbiano vista sbiancare. Ho deglutito, telefonato, accelerato un paio di passaggi pur di attaccare in fretta, concluso. Poi siccome il mio account non era pronto ho dovuto chiamare risorse umane e poi i tecnici, ed ecco che io, che come tutti gli expat odio il telefono, tempo due giorni ho risolto la mia fobia. Per non parlare della gente che arriva e ti chiede dov’e’ la stanza x, o la persona y, e tu non solo non hai idea di chi o cosa stiano parlando, come capita a chiunque inizia un nuovo lavoro ed e’ spaesato, ma spesso ti mancano anche le basi per poter rispondere gentilmente al tuo ignoto interlocutore (che puo’ essere il CEO o il fattorino) senza rivelare troppo di chi sta cercando: in una settimana ho capito che rispondere E’ andato via e’ meno appropriato di Per oggi ha terminato.

Il secondo aspetto e’ quello della power distance. Io qui sono una segretaria e mi capita di portare con me la mia cultura di provenienza: se entro nella stanza del mio capo tendo a stare un passo indietro. Lui alla terza volta che mi vede sulla porta mi fa Entra, entra, non essere formale! Ed io, Eh, sono italiana!, e lui Eh, siamo in America! Qui la relazione con il tuo superiore non e’ fatta di deferenza o distanza, e devo un po’ spogliarmi di quella attitudine italiana per cui anche se dici You ad un professore, come mi capitava quando ripresi gli studi, dentro di te lo traduci con Lei e non osi piu’ di tanto. Qui non c’e’ fredda formalita’ nei rapporti up-down (tranne che ne Il Diavolo veste Prada, chiaro).

Correlato a questo c’e’ tutto quel linguaggio burocratico che entra nelle teste italiche fin da piccoli, tipo il Se Lei volesse avere la cortesia di rispondere Le sarei estremamente grato (a questo proposito, un interessantissimo post di C+B sulla comunicazione via email). In questa settimana mi e’ capitato di dover mandare delle risposte a chi mi aveva scritto Dear Lucy. Dear? Siamo intimi? E se mi dici Dear ti saluto con bella frate’ Cool, bro! o sempre Best regards? Estremizzo, ma ogni cultura ha i suoi codici che piano piano si apprendono. Per vergogna non vi ho mai raccontato di quella volta che un mio compagno di classe mi scrisse in un messaggio What’s up, gal?, ed io mi offesi mortalmente perche’ credevo stesse flirtando. Maddeche’.

I’m learning. Umilmente, sbagliando e adattandomi, imparo. Non senza sudori freddi.

Sullo stesso tema ho gia’ scritto:
p.s. No, il mio capo non ha niente a che vedere con Miranda Priestly.
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