Qualche giorno fa un’amica, Dalia, scrive sul suo fb:

Non crediate che le cose all’estero siano più facili che in Italia. Per esempio la lingua (lo svizzero tedesco, ma anche il tedesco) è un grande scoglio. L’integrazione, un altro. La solitudine, un altro ancora. Ricominciare da zero, anche. Eppure una strada si trova sempre. Adesso devo solo trovare il modo, e in questo dicembre iniziato male e di corsa scelgo di dedicare almeno 15 minuti al giorno ad una sana meditazione per andare nella direzione in cui devo andare, che non è necessariamente quella più facile.

Uno dei commenti le dice In parte e’ anche colpa di chi vive all’estero e mostra solo le cose positive.

Ora.

A parte che nun me pare che le italiane in Italia che hanno un blog scrivono solo lamenti. Qualcuno lo fa, senz’altro, io alla lunga smetto di leggere quelli cosi’. Ho risposto a quel commento, senza ricevere alcun riscontro successivo, se no non starei a rimuginarci ancora quindici giorni dopo, che se ognuno di noi espatriati passasse il tempo a piangere sulla difficolta’ che sta attraversando e sulla solitudine e sulla mancanza di appoggi non ne uscirebbe vivo. “La solitudine pesa all’inizio, e tanto, – le ho scritto – poi te ne fai una ragione“.

Io non sono una che si lamenta: oltre a detestare il compatimento delle persone credo sia una cosa che fa disperdere tantissime energie. Mi ritengo una persona positiva, e flessibile. Non sono venuta qui pensando di ritrovare quello che avevo in Italia ma ho vissuto giorno per giorno osservando e adattandomi a quello che trovavo.

Sono stata fortunata perche’ stare qui non e’ difficile, il clima e’ buono, le persone sono cordiali, e sono rimasta subito incinta dopo anni di attesa, il che ha dato una connotazione positiva alla mia nuova vita. Ma un aspetto della vita a Miami mi era completamente inaspettato e mi ha spiazzata: la massiccia presenza degli ispanici con il loro mondo parallelo. Questa e’ stata la vera difficolta’ di integrazione che ho dovuto affrontare.

Una persona che ho conosciuto su fb si e’ spostata dalle Hawaii al Belgio, capite gia’ quanto deve essere stata dura. Ogni giorno che era in America postava dei panorami mozzafiato, lei e’ una sportiva vera, una di quelle persone che hanno bisogno di usare il corpo nelle esperienze che fanno e che ha bisogno di stare a contatto con la natura. Dopo tre settimane in Belgio che voleva tagliarsi le vene, ieri ha postato una foto spettacolare sulla cima dei 2000 metri di una montagna, entusiasta. Non le cambiera’ la vita nel quotidiano ma ha scoperto di poter fare di necessita’, virtu’.

Tornando all’amica della citazione in apertura, lei stessa si e’ trasferita da Londra, dove ha vissuto a lungo, alla Svizzera. Il colpo le e’ stato duro, ci ha messo tanto, davvero tanto ad accettare l’idea di non essere piu’ in Inghilterra. Ha dovuto imparare un’altra lingua, e cosi’ sua figlia che iniziava appena la scuola. Non le e’ stato facile, si e’ lamentata tanto. E’ stata tanto, tantissimo tempo legata al passato e non al presente. Ma ne e’ venuta fuori. E onestamente quello che ha ricevuto mi e’ sembrato proprio il solito commento fuori luogo Eh ma la colpa e’ pure la vostra.

Really?

Noi italiani all’estero dobbiamo stare muti. Non ci possiamo lamentare del posto in cui siamo perche’ L’hai voluta la bicicletta?, ma nemmeno possiamo gioire di quello che troviamo, Sei scappato lasciando noi a combattere, che lo sanno tutti che in Italia c’e’ la rivoluzione. Io che sto a Miami non posso parlare del caldo che fa qui d’estate perche’ Ma guarda che qui c’e’ stata l’estate piu’ calda degli ultimi seicento anni, ma nemmeno posso dire che ci sono 30 gradi a dicembre, Eh ma sei sadica? Nei giorni in cui fa freddo e ci sono 5 gradi – ok, dura pochi giorni, ma qui le case sono senza riscaldamento e 5 gradi so’ 5 gradi, caxxo! – Ma guarda che qui siamo a -13.

Muti dobbiamo stare.

Sono venuta qui per raggiungere mio marito? Facile, avevi le spalle coperte. Sto studiando? Certo, il culo se lo fa lui. Non ho fatto tradurre i miei titoli? Che scelta idiota, poi si lamentano se fanno i camerieri. Faccio la cameriera? E che, sei andata fino a la’ per fare la cameriera???

Un continuo, e non sto inventando nulla. Qualsiasi Italiano all’estero abbia raccontato la sua storia ad una testata giornalistica e’ stato massacrato di simili critiche sterili.

Nessuno di noi e’ un eroe, io non lo sono. Se racconto che sto tutto il giorno da sola con la bambina e che mio marito rientra tardi, so che la mia condizione e’ simile a quella di tante italiane in Italia che vivono lontane dalla famiglia e magari sono appena trasferite e non hanno una rete di amici a supporto.

Io non voglio fare l’eroe, ma se quella italiana che si e’ appena trasferita e’ a casa da sola, e sono le 21, e la sua bambina ha la febbre alta, loro la imbacuccano e scendono alla farmacia notturna e chiedono la tachipirina, oppure chiamano la guardia medica. All’estero non e’ proprio uguale, ad esempio qui la guardia medica non esiste. Appena trasferita devi capire come funziona qualsiasi cosa, sapere come si chiama la tachipirina non basta, perche’ magari devi prima convertire i gradi celsius in fahrenheit e poi chiamare il medico che ti chiedera’ altri ventotto sintomi per fare una diagnosi differenziale e poi dovrai cercare di capire il nome del farmaco che ti sta dicendo, nome che ti suonera’ come qualsiasi altra parola da lui pronunciata fino a quel momento: incomprensibile. Ed io non ho il locus of control esterno che se non capisco la lingua do’ la colpa a chi parla, visto che lui sta a casa sua.

L’ho scelto io, senz’altro, ma non e’ facile.

Quando poi scopri che quel medico dalla pronuncia incomprensibile ti ha mandato la ricetta via telefono alla farmacia della tua zona che e’ aperta h24 e che quindi ti basta andare li’, dare la tua data di nascita (ma prima il mese e poi il giorno) e ricevere la scatolina con le medicine, il post decidi di scriverlo non piu’ sulla frustrazione di non capire una mazza al telefono ma sulla figata della piccola cosa che ti migliora la vita.

Proprio perche’ ci abituiamo a vedere (non tutti, lo ammetto) le cose positive.

Poche settimane dopo la nascita di Picci, sara’ che ero stanca morta, sara’ che stavo trasportando dieci cose insieme a lei come la Dea Kali’, non ho idea, mi e’ scivolata dalle braccia. Mi sono spaventata a morte, credevo di averla uccisa – sensazione durata 2 secondi fino al suo pianto disperato – poi ho chiamato in lacrime mio marito, e piano piano ho visto che stava bene e mi sono calmata. A distanza di tempo mi sono resa conto di non aver chiamato il 911 perche’ non sarei stata pienamente in grado, nell’emotivita’ del momento, in America da meno di un anno, passato quasi esclusivamente a casa, di comunicare per telefono, la cosa piu’ difficile in assoluto per un expat.

Soprattutto noi donne che arriviamo al seguito dei compagni siamo sole e siamo isolate.

fog in Miami

I blog degli italiani espatriati in America vengono seguiti solo se dicono quello che gli Italiani si aspettano di leggere: che si mangia roba merdosa, che ti fanno morire per strada perche’ non hai l’assicurazione, che tutti girano armati. I miei post culinari sono in assoluto i meno letti di questo blog, seguiti dalle recensioni di luoghi. Pochi italiani sono interessati davvero a capire come si viva qui, un po’ la colpa sara’ anche di questo stereotipo miamense per cui dovrei uscire tutte le sere e tirare coca e ballare fino alle 5, ma se parlo della unicita’ miamense, piena di cubani, nel bene ma soprattutto nel male, sono una razzista. Nessuno sforzo.

I blog degli italiani espatriati in America non interessano un granche’ nemmeno agli Americani, che sanno bene come funziona da loro, che gli assegni si incassano facendogli una foto, che si puo’ imbucare una lettera senza scendere dalla macchina, che gli asili sono aperti fino le 7 di sera. Eh ma il consumismo, eh?

E sara’ per colpa di questo nostro voler mostrare solo le cose positive che riceviamo decine di messaggi su come poter trasferirsi all’estero, ma non dobbiamo essere molto convincenti se oggi perfino un amico che segue sempre me ed altre italoamericane ha fatto la doccia fredda scoprendo che qui non potrebbe lavorare solo 40 ore al massimo come succede in Italia (ma chi? Io mai lavorato 40 ore). Eppure non ho mai fatto mistero di quanto lavori mio marito, e che a causa del suo non esserci mai tutto il peso del crescere la bimba, e occuparmi della casa, oltre a lavorare e studiare, cada sulle mie spalle. Chi legge poi usa il proprio filtro, per cui se io scrivo Mio marito torna sempre tardi qualcuno capisce che fa le 6 del pomeriggio e qualcun altro le 11 di sera, ma questo non e’ un problema mio.

Millemilioni di Italiane sono nei miei panni, sono molte meno pero’ quelle che non hanno manco una pezza di appoggio di compagno al sabato e alla domenica. Mi lamento? Sicuramente poco. Servirebbe se lo facessi di piu’? Sicuramente no, e non al mio umore.

Mi sento sola qui? Raramente. Ho trovato delle amicizie? Ottime. Mia figlia cresce tra cultura italiana, ispanica e americana. Personalmente ho le spalle larghe e i commenti di chi mi dice Le parli poco in Italiano/Parli troppo in italiano Dovrebbe conoscere le favole italiane/Sarebbe meglio una immersione totale nella cultura del luogo, mi scivolano addosso. Ma non tutti gli expat sono come me. Il fatto di non avere appigli ne’ riferimenti quotidiani isola, e rende alcune persone piu’ fragili proprio perche’ di base si e’ soli, all’estero.

Espatriare ti mette davanti i tuoi limiti e soprattutto tira fuori le tue risorse. Non tutti gli Italiani all’estero ce la fanno, qualcuno torna indietro e va bene cosi’, ma chi resta qui, dopo essersi integrato con piu’ o meno fatica, aver stretto nuove amicizie solide o no, aver iniziato a lavorare con successo o meno, o avendo ricominciato a studiare per migliorarsi o per occupare il tempo, si e’ misurato con se stesso e con i suoi pensieri, e ha imparato a contare solo sulle sue forze.

Non e’ facile, no. Soprattutto non e’ per tutti.

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