Imparare ad amare

Le emozioni rappresentano il colore della vita. Danno sapore agli eventi, li caratterizzano in senso positivo o negativo; sono alla base del ricordo e quindi anche dell’identità personale. Le emozioni non sono controllabili, e anzi si sottraggono con forza ai vani tentativi di comando: impulsi ad agire, attacchi di panico, dipendenze, sono solo alcune delle modalità con cui il nostro inconscio cerca di farsi strada per far affiorare alla superficie quello che invece cerchiamo di reprimere. A volte perciò le emozioni possono giocarci degli scherzi. Rachida Dati ha ieri creato scalpore con un lapsus durante un’intervista nella quale parlando di economia ha pronunciato la parola fellation anziché inflation.
Ora, sarebbe facile fare ironia sulle parole sostituite… Forse se c’è inflazione non può esserci fellatio? O forse la fellatio è necessaria a risollevare l’inflazione? Certamente sarebbe interessante esplorare con la Dati le associazioni riguardo a questo spostamento.
Dicevamo che non è possibile controllare le emozioni. E’ possibile però imparare a gestirle, a veicolarle.
Le emozioni ad esempio possono essere espresse. Facile, no?

Ciascuno di noi, crescendo, impara a riconoscere le proprie emozioni e a trovare loro un canale di espressione. Quello verbale è sicuramente il più immediato, ma non è il solo. A volte quando non si riesce ad esprimerle appieno si può avvertire un’urgenza creativa, simbolica, che porta alla sublimazione delle emozioni: l’arte e la fantasia in genere ne sono un esempio, come può accadere nella musica, nella scrittura, nella cucina.
L’impossibilità di dare un nome alle proprie emozioni viene definito alessitimia, un fattore spesso alla base di alcune psicopatologie e dei disturbi psicosomatici: in assenza di un veicolo espressivo adeguato infatti il corpo diventa bersaglio, o per meglio dire, si fa portavoce dell’emozione senza nome.
La capacità di esprimere le emozioni è legata alla fiducia nel fatto che qualcuno possa accoglierle, anche quelle più temibili, e quindi condividerle o renderle inoffensive. Durante l’infanzia le relazioni con le figure di attaccamento – genitori, ma non solo – hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo tipo di fiducia verso il prossimo. Soprattutto in adolescenza i sostituti genitoriali giocano un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità e nell’acquisizione di nuove modalità relazionali: allenatori, insegnanti, genitori di amici, fratelli maggiori, possono diventare modelli imitabili.
La buona notizia è che la nostra plasticità fa sì che durante tutta la vita sia possibile modificare le modalità relazionali ed espressive che non funzionano e che perciò sono fonte di disagio. Le emozioni, così come le relazioni, si può imparare a gestirle. Occorre solo la disponibilità a mettersi in discussione.

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