Un peso insopportabile

La scomparsa di Sarah Scazzi è terminata nel peggiore dei modi. Non avremmo potuto immaginare un epilogo tanto drammatico quanto incredibile.
Ieri sera ho commesso l’errore di fare zapping dopo aver visto il bel servizio delle Iene sui detenuti di Pianosa: sono rimasta incollata a guardare Chi l’ha visto?, rapita dal paradosso della situazione, cercando inutilmente di incitare la madre della povera ragazza a mandare tutti al diavolo e correre a casa per avere notizie precise sulla sorte di sua figlia, visto che tutte le telecamere erano puntate su di lei ma nessuna istituzione si era premurata di proteggerla.
Tutto inutile.
La povera donna era immobile, comprensibilmente raggelata dal crescendo di notizie alle quali forse sperava di trovare smentita; una imbarazzata Sciarelli cercava di farle capire la ormai data per certa morte della figlia ma senza mai nominare la ferale parola né terminando alcuna frase, passava da un’agenzia all’altra tentando di riempire l’assenza di compassione con una fredda lettura di comunicati telegrafici; la giornalista inviata, alle spalle della mamma di Sarah, cercava di mettersi in contatto con la Procura o con i Carabinieri per avere conferma della ridda di voci, ma il telefono era senza campo oppure non rispondeva nessuno; l’avvocato della famiglia, sudato e preoccupato, da una parte telefonava freneticamente spostandosi in cerca di ricezione e privacy, dall’altra cercava di gettare acqua sul fuoco in attesa di notizie ufficiali.
Nemmeno a dirlo, l’audience prima di tutto.
Era ormai notte alta quando è arrivata la conferma ufficiale, e successivamente si è avuto il ritrovamento del corpo del povero angelo biondo. Il colpevole ha confessato dopo un interrogatorio di ore originato da un’intercettazione ambientale in cui la figlia sostanzialmente lo accusava.
Lo stesso colpevole, lo zio, che poche ore prima aveva casualmente ritrovato il cellulare della nipote, integro, sui resti di un rogo di sterpaglie.

Accade spesso che sul luogo di un delitto magari perfettamente pianificato fin nei dettagli il colpevole lasci una traccia di sé, o commetta un errore che porta al suo arresto. Il lapsus, o atto mancato, è ciò che sfugge dal controllo razionale per manifestarsi e tradire, inconsapevolmente?, le reali intenzioni dell’autore del gesto. La psicologia ritiene che in realtà chi commette un lapsus intenda proprio farsi scoprire, e pertanto l’inconscio non fa altro che accontentare quelle che sono le reali intenzioni del soggetto.

Ma nel caso del cellulare ritrovato c’è molto di più.
C’è un rimorso che diventa insopportabile da sostenere, un senso di colpa che corrode l’animo, e lacrime probabilmente autentiche e sentite davanti alle telecamere mentre l’uomo racconta il ritrovamento del telefono nel suo terreno.
Non riesco a credere che quello sia stato un atto mancato: troppo limpido.
Quello è stato il modo per dire venitemi a prendere e buttate la chiave.

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0 commenti

  1. alla luce di tutte le novità…il peso insopportabile di Michele Misseri prende tutt'altra forma. Non è più il peso di qualcuno che deve togliersi un masso dallo stomaco per qualcosa che ha fatto…ma per qualcosa che ha nascosto…chissà se ci saranno altri sviluppi, ma a me sembra tanto un pover uomo soggiogato da moglie e figlia, tanto da doversi sacrificare per loro.carlo

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  2. al di là della dinamica dei fatti, purtroppo ancora da accertare nei dettagli e nelle responsabilità, il delitto di Sarah sta portando alla luce una nuova moda figlia dei riflettori: farsi trovare, freschi di parrucchiere, sul luogo dove sono le telecamere, ammiccare alla ricerca della magica lucina rossa, sfilare davanti al luogo del delitto in cerca del proprio quarto d'ora di celebrità, addirittura attendere il momento propizio (propizio all'audience) per poggiare con fare teatrale un fiore davanti al garage della morte. La domenica scorsa famiglie intere, mamme con le carrozzine, bimbi vestiti a festa, turisti del morboso hanno affollato quella strada, dichiarato commenti, sputato sentenze. Sono dovuti accorrere i carabinieri a transennare ed arginare quell'assurdo struscio di paese. Purtroppo, come fu per il povero Alfredino, che tenne incollati alla tv tutti gli italiani con la sua voce che implorava aiuto, la vicenda di Sarah ci fa fare un altro -giudicate voi l'aggettivo- passo in avanti (o due passi indietro!?) nell'era dell'apparire: il reality show del delitto, il grande fratello della morte in diretta, i tronisti del dolore. Cercare un riscatto di visibilità nella propria esistenza di paese, alla ricerca di elementi che possano catapultare nella vicenda seppure per poco da protagonisti (una ragazza:”io facevo la ceretta a sarah qualche volta. se mi inquadri e mi mandi in onda te lo racconto per bene.”) riesce a portare perfino il delitto stesso in secondo piano.

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  3. Vespa c'ha messo pure troppo…io mi sarei aspettato il plastico già 2 settimane fa…Ma evidentemente non aveva ancora individuato, tra i protagonisti di questo delitto, la velina da portare in studio.

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