Oggi sono riprese le lezioni, e subito i giornali hanno titolato la mancanza insegnanti di sostegno per i bambini disabili a causa dei tagli dell’accoppiata Gelmini-Tremonti.
Non condivido le polemiche a priori. E’ vero che i tagli stanno sfasciando la scuola pubblica, ma è anche vero che da due anni si assiste ad un progressivo aumento delle certificazioni di handicap per gli studenti. Parlo per la mia esperienza, scuola media.
Quando si legge disabilità non si deve pensare solo a quella di tipo fisico. La scuola (o meglio, la asl) certifica come disabilità anche i disturbi di apprendimento, gli stati ansiosi o depressivi, la sindrome da deficit di attenzione/iperattività. Siamo d’accordo che fare lezione in una classe pollaio di 30 adolescenti di cui 3 iperattivi è improbo, e non si garantisce il diritto allo studio nemmeno per i restanti ventisette.
Ma è cosa strana anche che si cerchi di aggirare il blocco delle assunzioni dei docenti “buttandosi sul sostegno”. Dicono così: mi butto sul sostegno. Più certificazioni ottenute = più richiesta di docenti di sostegno. Impreparati, demotivati e spesso ostili nei confronti della diversità. Ovviamente non riguarda tutti quelli che ripiegano su questa cattedra alternativa. Ho conosciuto docenti che, abilitati in francese, educazione fisica, lettere, ma precari, si sono rimboccati le maniche e si sono rimessi a studiare, cercano soluzioni, vogliono capire, si affezionano. Tanti, invece, ottengono la nomina, il loro vero obiettivo. Peggiorano la situazione perché incapaci ad affrontarla adeguatamente, e poi appena si apre l’opportunità tornano – giustamente – agli insegnamenti per cui hanno lungamente studiato ed atteso.
Tanto cosa vuoi che cambi per un dislessico passare tre anni senza un efficace sostegno alle proprie capacità di apprendimento?

La polemica è rivolta soprattutto Ordine degli Psicologi, che perde sempre di più il contatto con la vastità di applicazioni lavorative della nostra professione.

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