Un articolo provocatorio su Il Fatto Quotidiano di oggi confronta la capacità genitoriale dei genitori biologici con quella dei genitori adottivi. L’autore domanda, giustamente:

come mai, per adottare un bambino, una coppia deve fare esami medici, test psicologici, colloqui, deve fornire garanzie di ordine economico, esistenziale, sentimentale, valoriale, sociale, e poi attendere per anni il vaglio di speciali commissioni… mentre chi i figli se li fa in casa può agire come crede, senza darsi e dare alcuna garanzia, chiunque egli sia? Quei bambini, quello adottato e quello procreato, hanno diritti diversi? Sono uno di serie A e uno di serie B? Il primo verrà cresciuto nella famiglia giusta, che è stata dichiarata idonea, che ha dato garanzie precise di amore e cura, mentre il secondo dovrà farsi il segno della croce e sperare di venire al mondo con un padre e una madre che, per sua fortuna, siano vagamente consapevoli di quel che fanno?

Gli aspiranti genitori adottivi sono costretti ad affrontare un iter gestazionale lungo e doloroso, che spesso – anche se non sempre – inizia con l’impossibilità di avere un figlio in modo naturale. Spesso la burocrazia o il piccolo senso di potere di chi può decidere per il pollice verso ostacolano il desiderio che in altre coppie non fa nemmeno in tempo ad essere espresso che già si ritrovano con uno stick positivo tra le mani.
In attesa di poter finalmente entrare a far parte di quelle nazioni che garantiscono i diritti dei cittadini, in cui l’accesso alle adozioni si snellisca nei tempi e nella burocrazia – fermi restando i doverosi controlli – potrebbe essere utile una riflessione sui cosiddetti papà 2.0, perché come spesso si dice, la società è già pronta ai cambiamenti che i legislatori si ostinano a rimandare.

E’ risaputo che in Scandinavia, tanto per citare il progresso, i papà accedono ai permessi per maternità per stare con il bimbo alternandosi alle mamme che rientrano al lavoro dopo aver partorito senza essere licenziate. Laddove però i papà sono oberati di lavoro e non riescono ad avere, o si rendono conto che stanno perdendo, il rapporto con i loro figli, si organizzano dei corsi appositi. In Corea, ad esempio, un’associazione cattolica ha istituito la scuola per i papà, dove gli si insegna ad esprimere le emozioni legate all’essere padre e a recuperare la capacità genitoriale smarrita:

Con delle matite colorate devono disegnare la loro esperienza di padri. Devono scrivere lettere ai figli e alle mogli per raccontare cosa li lega a loro, che cosa avrebbero voluto fare e non hanno fatto a causa del lavoro o di altre preoccupazioni. Possono scrivere anche ai loro padri senza auto-censurarsi, anche se non ci sono più. La scuola dà anche compiti a casa, come individuare le venti cose che amano di più delle loro mogli e invitarle fuori a cena per raccontarglielo.
La Father School, a oggi, ha organizzato oltre 2400 corsi in 37 Paesi e ha promosso più di 200mila papà. Negli Stati Uniti, dove i padri trascorrono con i figli meno di mezz’ora al giorno, è sbarcata nel 2000, opera in 57 città e fra i suoi iscritti, accanto agli orientali, iniziano a spuntare facce latine.
(Non trovo l’articolo originale ma vedi ad esempio a scuola di papà)

Stamattina invece ho letto un articolo interessante su una coppia gay, italiana, che ha aggirato il divieto all’adozione attraverso una fecondazione eterologa più un utero in affitto, in America. I due uomini, residenti in Svizzera dove è consentito il matrimonio omosessuale, sono ora genitori di due gemelle, figlie di uno, e di un maschietto, figlio dell’altro. Non appena possibile ciascuno inizierà le pratiche per adottare i figli del compagno in modo da assicurargli i diritti di accudimento e di successione in caso di morte.

In assenza di parità di diritti per tutti, come sempre la differenza tra chi può e chi non può è la disponibilità economica.

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