Sopravvivere alla separazione


Distrutti dopo il divorzio? La separazione non c’entra

Uno studio americano rivela: il dolore per una storia finita non riguarda la perdita del coniuge o i timori per il futuro, ma la capacita perduta durante il matrimonio di amare se stessi

di SARA FICOCELLI (La Repubblica, 25 settembre 2011)

Il divorzio è sempre un momento difficile da affrontare sia sul piano pratico che psicologico, ma non tutti lo vivono allo stesso modo. C’è chi supera il trauma dopo qualche mese, chi si lascia tutto alle spalle all’istante, chi impazzisce di rabbia e chi va in depressione e non riesce più a rifarsi una vita.
Lo psicologo David A. Sbarra dell’università dell’Arizona, con i colleghi Hillary L. Smith e Matthias R. Mehl, ha studiato le dinamiche psicologiche dei divorziati e le differenti capacità di reazione, concludendo che, al di là della situazione specifica, tutto dipende dal livello di “self compassion” di ognuno. In altre parole, più si è indulgenti e generosi con se stessi, meglio si affronterà il dolore.
Lo studio è stato pubblicato su Psychological Science, la rivista dell’associazione psicologica americana, e dimostra una cosa solo apparentemente scontata: a dilaniare, durante una separazione, non è la perdita del coniuge o la consapevolezza degli sforzi economici che si dovranno affrontare, ma l’incapacità di perdonarsi e lasciarsi scivolare addosso le cose. Abituate a preoccuparsi dell’altro e della famiglia, molte persone dimenticano come si fa a volersi bene, pretendono da sé la perfezione e si addossano, al momento di divorziare, colpe che non hanno. I più fortunati non sono gli egoisti, ma coloro che hanno a cuore la propria persona non meno di quella altrui. “L’autocompassione – spiega Sbarra – può promuovere la resilienza, ovvero la capacità dell’uomo di affrontare e superare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente”. […]
Secondo Fausto Manara, docente di Psicoterapia presso la Scuola di specializzazione in Psichiatria e vicepresidente della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, la capacità di reazione di ognuno di fronte a una fase simile della vita dipende innanzitutto dai motivi che hanno portato al divorzio, dall’averlo promosso o subìto. “Poi – spiega – dalla lealtà nella fase di separazione, o dai rancori che l’hanno accompagnata e, ancora, dalla capacità di progettarsi come individui indipendenti. Infine, dalle caratteristiche di personalità”.

L’articolo completo è qui.

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0 pensieri su “Sopravvivere alla separazione

  1. Mah, io sinceramente non ho certo pensato ad addossarmi colpe che tra l'altro non avevo ne a perdonarmi nulla ne mi sono autocompatito…ne dall'altra parte ho visto altrettanto!la mia più grande preoccupazione è stata finanziaria; per quanto riguarda la lealtà in fase di separazione, i rancori e altro non mi sembra che la gente in questa fase ci pensi più di tanto (inteso come “oh madonna quanto sono crudele verso il mio ex”…)

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  2. Purtroppo di rancori e di vendette incrociate ce ne sono eccome, soprattutto se ci sono dei figli. Viceversa, è molto più semplice scrollarsi di dosso il passato.Per quanto riguarda quello che tu chiami autocompatimento è in realtà un processo interno a mio parere indispensabile per poter elaborare in modo costruttivo un evento così simile al lutto. Detto molto sinteticamente, ma forse sarebbe necessario un post, prendersi la propria dose di responsabilità significa comprendere che non c'è una vittima e un carnefice, ma una coppia che a partire da un certo momento e per dei motivi “x” ha interrotto il proprio dialogo, ha smesso di condividere. Ricercare il perchè e comprenderlo significa poter perdonare le proprie colpe e quelle dell'altro, cioè provare compassione, ma in senso positivo. Solo questo può consentire di fare un passo avanti senza restare invischiati nel passato.

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  3. beh, “autocompatimento” era nel topic, io l'ho ripreso :).per il resto non posso che concordare; se ognuno facesse il classico “esame di coscienza” e fosse capace di focalizzare che da un certo momento e per dei motivi “x” la storia è finita sarebbe tutto più facile… ma quante volte succede?io trovo comunque strano che ci sia qualcuno che arrivi ad addossarsi colpe per la separazione; credo sia più facile andare in depressione perchè ci si chiede “perchè proprio a me che non lo meritavo?”… ma questo non è darsi le colpe. o no?

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  4. Riccardo è qui che non ci capiamo. Tu le chiami “colpe”, io le chiamo “responsabilità”.Se mio marito mi tradisce con un'altra, la “colpa” di tradire il patto di coppia è suo, ma posso pormi la domanda se in qualche modo ho contribuito al suo tradimento, e questo è dividersi le “responsabilità”. L'hai detto tu stesso prima e l'hai chiamato esame di coscienza. Io non ci trovo nulla di strano. Siamo persone, e siamo fallibili, ma per non sbagliare nuovamente ci chiediamo (non tutti, in effetti!) perchè.Nell'ultima parte del tuo commento hai ben evidenziato due fasi dell'abbandono, che si ritrovano sia nelle separazioni che nei lutti: la fase della rabbia e quella della disperazione, o depressione. Ci vuole del tempo per arrivare all'accettazione della perdita. E' un percorso, doloroso. Ma si supera.

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  5. Ciao Tiziana, ti ho capita benissimo, solo che per le esperienze vissute e situazioni viste, il “farsi l'esame di coscienza” lo trovo un passo superiore rispetto al genere umano…del resto, pensandoci bene, fare questo ragionamento prima o farlo dopo impiega lo stesso quantitativo di tempo ma con due risultati completamente diversi…

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  6. Articolo molto interessante, che apre molte porte e possibilità di sviluppo. Credo che ogni persona viva i drastici cambiamenti e le perdite (routine inclusa) in maniera diversa. Il divorzio è un trauma perché, secondo me, va a colpire credenze e status sociali, riferimenti e affetti. Per, credo, si pu imparare molto anche da questi eventi che dilaniano l'anima, almeno all'inizio.

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