E no, le cose non e’ che vanno come state scrivendo in queste ore.
La malattia mentale, il disagio psicologico, come volete chiamarlo, magari non e’ troppo difficile da diagnosticare ma e’ complicato da curare. Molto spesso chi soffre di depressione non solo fa fatica a chiedere aiuto, ma fatica anche ad accettare di essere aiutato o ad accettare di continuare ad avere bisogno di aiuto nel tempo.
Una persona che soffre di depressione, l’ho scritto tante volte, non e’ solo quella che sta sdraiata sul letto incapace di alzarsi: la depressione e’ infida perche’ a volte si traveste di rabbia o di iperattivita’, nei bambini e negli adulti. E chi direbbe che uno che corre dieci km al giorno e poi finisce di sfiancarsi in piscina e’ depresso? Nessuno, solo un buon clinico.
La malattia mentale, ovviamente, quasi mi sembra inutile sottolinearlo, non fa distinzioni di classe sociale, anzi. Ma soprattutto non si confina dentro una persona, coinvolge tutta la famiglia generando delle dinamiche del tutto particolari.

Quando c’e’ un disagio, invento, in una coppia in lite perenne che non fa altro che discutere e insultarsi, l’atmosfera di tensione si riversa sui figli. I quali potrebbero non avere parole per dire Fatela finita, o forse potrebbero non averne piu’ dopo averlo ripetuto tante volte. Puo’ accadere allora che uno dei figli sviluppi, sto sempre inventando, eh, un disturbo alimentare. O un disturbo d’ansia. O una tossicomania. In sostanza la causa del sintomo non e’ da ricercare sempre nella persona o nel suo passato individuale; magari e’ il suo modo per dire Aiuto, non ce la faccio piu’ a sopportare oppure Sono arrabbiato da morire ma non so come esprimerlo e quindi vi costringo a prendervi cura di me. Per un adulto le cose non sono dissimili. Sviluppare un disagio psicologico e’ spesso una richiesta di aiuto o una ritorsione sull’altro. Non e’ raro osservare la nascita di un sintomo in una persona che ha scoperto di essere tradita, ad esempio, manifestando in un modo decisamente originale la propria rabbia inespressa.
D’altra parte, come si vive accanto ad una persona che non riesce a verbalizzare le emozioni – o, ripeto, non ha piu’ fiato per verbalizzarle? Come in tutte le comunicazioni in cui c’e’ qualcosa di non detto, male.
Quando mio padre cadde in depressione, mia sorella ed io non reagimmo come avremmo dovuto, e d’altronde eravamo ragazzine. Eravamo arrabbiate. Non e’ facile stare accanto a chi non fa altro che lamentarsi, o criticare, o non far nulla, soprattutto quando hai circa vent’anni e la voglia di vivere che ti esplode dentro. Per mia mamma fu diverso, venne lentamente avvolta dalle spire della depressione. Eravamo tutti malati alla fine. Avevamo sviluppato relazioni malate e tossiche, e le nostre dinamiche malate e tossiche non facevano altro che peggiorare la situazione.

I’m not looking for absolution
Forgiveness for the thinks I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes
You’ll stumble in my footsteps

C’e’ chi ha la forza di restare (perche’ certo, c’e’ chi va via per salvarsi) e di stare accanto a chi sta male con la testa e col cuore, come racconta Moky, ma non credo sia la maggioranza. Tutti giudichiamo le persone, tutti ci facciamo un’idea personale degli altri in quello che qui chiamano snap judgements, nessuno escluso, e molto spesso sbagliamo.

Molto spesso chi osserva da fuori, libero dalle tossine e dalla relazione malata, vede le cose piu’ obiettivamente e puo’ essere d’aiuto. Serve tempo. Serve tempo per guarire, fiducia per rimanere e per sostenere, forza per trainare. Serve ascolto per comprendere e umilta’ per provare a guardarsi dal di fuori.
Non e’ facile. Ma a volte ce la si fa.

@living with tn
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