ero Lucy

Allargare i confini

Lavoravo in una scuola che aveva tre plessi, una centrale e due succursali, la più lontana delle quali era in aperta campagna al confine del Comune di Roma. Nella zona risiedono molte famiglie che hanno una scolarità bassa e qualcuna che invece ha scelto di fuggire dalla Capitale per vivere completamente immersi nel verde.

La scuola pubblica della zona ha una unica sezione. I bambini iniziano a 3 anni in una classe e con le stesse persone arrivano ai 14. Undici anni con le stesse facce, gli stessi scambi relazionali, gli stessi pensieri condivisi, con poca possibilità di allargare le proprie conoscenze.
So che molti di voi che vivono in provincia conoscono questa realtà, io me la sono trovata davanti per la prima volta a 35 anni, considerato che gli abitanti di quella borgata erano tanti quanti i miei condomini a Piazza Pio XI.
I bambini vanno a calcio? Sempre le stesse facce. In chiesa, uguale, e così a danza. Qualcuno più fortunato sceglieva nuoto ed era costretto a spostarsi di 10 kilometri, e il viaggio sostenuto gli permetteva di conoscere i coetanei delle località limitrofe ampliando i suoi orizzonti. Il paesaggio era meraviglioso, eh. Ma a tredici anni pure tutti quegli spazi immensi possono andare stretti.

Ho lavorato in tante scuole e in tanti contesti socioeconomici di Roma. I tredicenni di questa scuola immersa in una terra di mezzo erano quelli che alla batteria di test di orientamento davano i risultati peggiori. Meno ricettivi, meno interessati, meno curiosi, più irrequieti e più sfacciati. Erano quelli che durante le conversazioni di gruppo avevano meno pensiero critico e parlavano per stereotipi e slogan, condivisi da tutti. Le femmine della classe erano più vessate e meno capaci di difendersi verbalmente delle coetanee degli altri plessi. I maschi meno disciplinati e capaci di contenersi. Ma tutti, complessivamente, più ottusi.
Ho lavorato in quel plesso per sei anni, quindi ho visto diplomarsi 6 terze medie, tre delle quali le ho seguite dalla prima alla terza. Non è un caso, insomma, è abbastanza un dato di fatto.

Una volta usciti di li avrebbero frequentato le scuole superiori, non affatto vicine, di Roma o del litorale nord. Solo i più capaci sarebbero sopravvissuti al confronto con gli adolescenti cresciuti in un contesto allargato, e non mi riferisco solo al livello didattico, anche se molti di questi ragazzini smettono di studiare a 16 anni proprio perché non ce la fanno a stare al passo con gli altri, emotivamente e cognitivamente.

Questi ragazzini diventano poi degli adulti che non sanno confrontarsi con gli altri, perché non sono mai stati abituati, loro malgrado, a farlo.

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25 pensieri riguardo “Allargare i confini”

  1. Vado fuori tema, lo so, ma leggendoti mi ritorna in mente un confronto, avuto in passato, riguardo le ripercussioni negative, oltre ai tanti risvolti favorevoli, che vivono invece gli adolescenti costretti ad adattarsi ai “non luoghi”. Mi riferisco ai ragazzi che per ragioni diverse (sport, genitori trasferiti spesso per lavoro, difficoltà familiari…) devono adattarsi velocemente a luoghi, contesti e relazioni che non scelgono dovendo poi trovare anche la capacità di tollerare senza (troppa) sofferenza i continui cambiamenti ed i ripetuti abbandoni. Pare che alcuni di loro abbiano sofferto molto questa mancanza di stabilità e abbiano trovato bizzarre strategie di fronteggiamento (aerofobia) ad una situazione che sentivano non più sostenibile. Pare.

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  2. Ehm dopo averti letto mi sento un tantino preoccupata. Cresciuta in città, dopo il matrimonio mi sono trasferita in un paesino dove, per l’appunto, la scuola ha un’unica sezione. I miei figli avranno gli stessi compagni dall’asilo alle medie.
    Mi sono sempre chiesta quali ripercussioni avrebbe avuto questa situazione, tuttavia non credevo sarebbero state così disastrose…

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  3. oh come ho ben presente questo deserto culturale e intellettuale O_o Suona male dire cosi, ma e’ proprio la verita’, purtroppo. Io insegnavo a delle ragazze che a quindici anni sostenevano con veemenza che una donna non e’ una vera donna se regala dei fiori ad un uomo (neanche se i fiori non sono rosa, ma magari un colore piu’ virile hahha). Loro si credevano proprio femministe a dire che l’uomo doveva onorarle con i fiori e loro invece non potevano fare altrettanto. Vabbe, questo poi e’ un esempio di ragionamento ‘sofisticato’ eh, ce ne sarebbero anche di piu’ brutalmente avvilenti…ahi ahi

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  4. Vivendo a Milano, quando faccio ragionamenti di questo tipo vengo tacciata male. Ma è una realtà. E’ un contesto, non una colpa, però lo noto tanto quando vado nel paesino in Valtellina, 400 abitanti e davvero poca apertura sul mondo, nonostante ora tutti guidino, certo, ma prima di avere la patente cresci con, come dici tu, quelle 4 facce sempre quelle, intorno a te.

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  5. Quindi… Cosa vuoi dire, che chi nasce ignorante muore ignorante? 🙂

    Capisco quello che dici, ed e’ vero… Vengo da un paesello pure io 🙂
    Pero’ credo che sia i genitori sia le scuole possono fare qualcosa x allargare gli orizzonti di questi ragazzi…. Soprattutto oggi credo che gli orizzonti non debbono essere solo quelli “materiali”.

    Nel mio caso la salvezza e’ stata la passione x la lettura (che ho dovuto portare avanti nonostante i miei genitori) e x la scrittura (i cosiddetti amici di penna, quando non c’era ancora internet).
    E la mia amica svedese salvavita 🙂

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  6. Abito in valle chiusa e poco turistica, se nin per i vecchi che vengono a prendere il fresco d’estate, da più di dieci anni, per altri tredici ho abitato quindici km fuori dalla valle, ho notato una differenza davvero netta e quando lo faccio presente creo fastidio. Mio figlio maggiore ha amici qui in valle ma frequenta quelli fuori perché questi li trova ottusi e chiusi nella loro cerchia. Non so come sarà col figlio piccolo ma ciò che gli offriamo noi come genitori è una veduta ampia di ciò che c’è fuori da qui e quindi spero e credo che non sarà come gli altri o come la maggior parte, perché non sono tutti così, ovvio.

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  7. Credo che nonostante tutto la famiglia sia determinante. E tu hai giustamente sottolineato come la bassa scolarizzazione d’origine sia in fondo la causa di questo sfacelo. Ho frequentato le elementari in un scuolina di campagna. Uno spaccato veritiero il tuo.

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  8. L’altra faccia della medaglia. Io giù in fondo vivevo in un contesto cittadino quindi probabilmente dal lato scolastico non avrebbero avuto questo preciso problema ma, per quanto grande, la Sicilia è un’isola e la mentalità è isolana. Volutamente o no ci si ritrova incastrati in qualcosa di più grande di noi. Tu lo sai, questo era il contorno e una delle preoccupazioni, poi c’era tutto il resto…
    Ora sono in una frazione di una cittadina di provincia e nella mia “ingenuità” quando alcuni genitori di bimbi all’ultimo anno di asilo hanno chiesto alle maestre di mettere una buona parola per conservare il “gruppo” alle elementari ho strabuzzato gli occhi e ho chiesto, ma perchè?!? No, ti prego, le stesse facce, le stesse situazioni, gli stessi meccanismi (mica sempre rassicuranti, a volte castranti) per otto anni di fila… no!! Ma non c’è problema: noi abbiamo in mente di trasferirci altrove. 😆
    Forse quello che mi salva, e che salverà i miei figli (spero, o comunque ci lavorerò), è che io ho una mentalità da città in una vita di campagna: mi piace l’apertura, lo scambio e anzi, un po’ mi è spiaciuto che in questo asilo parrocchiale di frazione Noemi non abbia per ovvi motivi compagni stranieri…
    Bella riflessione. Un abbraccio!

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  9. Cesano? Tragliata? Testa di Lepre? Mi piace cercare di indovinare i tuoi luoghi 🙂
    I miei ex suoceri – che continuo a vedere tranquillamente insieme al mio ex – hanno una casa in un paesino sulla Salaria, sopra casa della figlia e accanto a quella del figlio, in una via abitata esclusivamente da zii e cugini vari, e quella vita l’ho sperimentata di riflesso per 20 anni. Di buono c’è che si ha sempre qualcosa di cui parlare (per me che praticamente non ho parenti, almeno), ma una vita lì la vedo grama. Mi dispiace che cognata e suoceri abbiano lasciato Casalotti per stabilirsi lì per motivi economici, e che le mie nipotine crescano lì.

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      1. Ma sai che Tragliata mi piace un sacco? Ci andavo temerariamente in motorino e tuttora cerco di andarci almeno una volta l’anno (in macchina perché invecchiando mi sono fatta più paurosa). Ricordo vagamente una scuola sulla strada per Tragliatella… via Boccea e via di Tragliata nei punti più alberati mi risollevano il cuore 🙂

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        1. È bellissimo infatti, le foto le ho fatte li’. E in quella zona c’è più di una scuola, si dividono l’utenza di Roma e Fiumicino. E comunque è un territorio enorme!!

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  10. Io sono cresciuta in una città di medie dimensioni del sud Italia (300.000 abitanti allora, adesso di meno data l’emigrazione), poi quando avevo 11 anni ci siamo trasferiti in un paesino della periferia. Io venivo da una famiglia di ceto sociale medio (genitori impiegati) ma di livello culturalmente elevato, mio nonno materno era professore al liceo e quasi tutti erano diplomati in quella famiglia, cosa non scontata 60-70 anni fa. Io avevo fatto le scuole elementari in città e mia madre non volle spostarmi nella scuola media del paese, perciò continuai a frequentare quella cittadina viaggiando ogni giorno, ma andavo in parrocchia e uscivo con le altre ragazzine del paese. Ti dirò che anche io percepii queste differenze rispetto a me, che non venivo da una capitale come Roma ma comunque da una città. Quello che mi colpì maggiormente fu soprattutto l’omologazione e l’incapacità di confronto e pensiero critico, per cui anche solo avere una opinione diversa da tutti su un qualunque argomento suscitava sgomento e reazioni scandalizzate.

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