Che poi uno magari pensa Ah sarai psicologa ma che ne sai davvero di certe cose.

Al di la’ del fatto che uno per essere un buon pediatra non e’ che deve per forza aver avuto la varicella, vorrei raccontarvi cosa e’ successo a me otto anni fa. Perche’ la vita capita pure a psicologi e medici, e pure a quelli bravi.

Il contesto e’ quello che ho raccontato qui. Per chi non ha voglia di leggere, quattro anni senza riuscire ad avere figli, quando siamo ad un passo dalla fecondazione assistita, alla fine di luglio 2007, lui mi lascia per un’altra.

La sera in cui mi ha detto che non mi amava piu’ ho avuto la sensazione che si aprisse un baratro sotto i piedi. Quasi quasi posso ancora vederlo, tanto fu scioccante. Litigammo, spaccai piatti, urlai per molti giorni. Ero sconvolta, letteralmente. Tra l’altro non sono una che tiene dentro le emozioni, alla gastrite preferisco passare per pazza, ma sono scelte.

Nei giorni in cui il mio mondo crollava e cercavo delle spiegazioni, accadde che lui, invece incapace di verbalizzare, mi porto’ al lago. Siccome nei giorni precedenti era sembrato recedere dalla sua decisione, mi sembro’ una cosa carina, di coppia, che potesse in qualche modo distenderci. E invece poco dopo aver steso gli asciugamani lui inizio’ a parlare, tentando di convincermi che separarci fosse la migliore decisione per noi.

Lago di Martignano

Lo aggredii, gli dissi che era scorretto portarmi in un posto pubblico dove io avrei dovuto ascoltare piu’ o meno passivamente le sue ragioni senza poter magari urlargli in faccia quanto era stronzo. Ma si e’ mai visto uno che ti porta al lago per litigare? In mezzo alla gente? Mi voleva disarmare, magari?

Andammo via. Sulla strada del ritorno incontro una persona che non vedevo da vent’anni, di nuovo un doppio binario schizofrenico: dentro la morte e in faccia un sorriso.

Torniamo a casa, quella casa che avevamo appena finito di costruire dopo esserci sposati, siamo seduti sul letto, litighiamo finalmente come si deve. Urlo, singhiozzo, mi manca l’aria dalla rabbia e dal dolore. Quando accade.

L’unica cosa che ricordo con chiarezza e’ che mi sono vista dall’alto, dal soffitto. Vedevo me stessa seduta su quel letto a piangere e urlare. Mi spaventai immensamente. Non sapevo di aver appena avuto un attacco di panico.

La depersonalizzazione, un tipo di dissociazione psicotica, non e’ un fenomeno frequente durante un attacco di panico classico. In pratica la mia mente, sottoposta ad uno stress emotivo troppo intenso da tollerare, si e’ difesa mandandomi giusto un attimo su un altro piano di coscienza spegnendo tutti i collegamenti. Esattamente come altre persone sentono di stare per soffocare.
La soluzione trovata dalla mia mente funziono’: fu talmente tanto spaventoso che da quel giorno, credo, iniziai ad arrendermi all’evidenza dei fatti. Stavo divorziando.

Poche settimane dopo, a settembre, ero in un vortice di cose da fare, tra un nuovo lavoro da organizzare dal principio e una casa da trovare per me. Mi serviva un mutuo ed ero senza soldi, senza lavoro, e non ero piu’ sposata. Ero stanca, ma soprattutto ero spaventata dal presente, e figuriamoci dal futuro. In questo blog ho sempre raccontato di come fossi stata volitiva e determinata a riprendermi la mia vita, vero; ma l’altro lato della medaglia era nero, ma tanto. Ma tanto.

E cosi’ un giorno, ero una pendolare, tornavo da Roma percorrendo la Cassia Bis nel suo punto piu’ stretto e pericoloso, appena lasciato il Raccordo Anulare. La mia testa si perse dentro i suoi pensieri, dentro le paure del non riuscire a farcela e del terrore di non avere soldi. Non ne avevo, in effetti.

Feci appena in tempo a sterzare. Mi stavo schiantando contro il guard rail. La mia coscienza era di nuovo andata in black out, non come l’altra volta, ma era stato sufficiente per perdere di vista la strada. La sensazione che mi e’ rimasta e’ che avessi avuto un colpo di sonno, o che fosse improvvisamente buio, insomma, gli occhi non guardavano e la mente non era vigile. Avevo rischiato di morire.

Dissi basta e decisi di prendere in pugno la mia vita. Il resto e’ piu’ o meno noto a queste pagine.

Tecnicamente, avevo un Disturbo Acuto da Stress – qui la diagnosi differenziale rispetto al Disturbo Post Traumatico da Stress, del quale invece ho sofferto in seguito al terremoto dell’Aquila del 2009, quando le scosse di assestamento sono durate infiniti mesi e la mia antica casa di legno e pietra ondeggiava tutta e ho dormito per mesi sul divano e una borsa di emergenza sempre pronta accanto alla porta.

Una diagnosi di Disturbo dell’Umore, o di Personalita’, non sono niente altro che una parola, e il sintomo che si manifesta non e’ niente altro che una difesa del corpo o della mente. Siamo noi a decidere che significato dare a quella parola e che cosa farcene di quel sintomo. C’e’ chi decide di tenersi il sintomo per non mettere mano alla sua vita, e c’e’ chi decide di prendere la vita in mano e liberarsi del sintomo.

Shit happens, come ha ben detto Moky, e happens a tutti. Se non ce la fate da soli, cercate aiuto.

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