In realtà ho potuto avere solo un assaggio della perfetta macchina organizzativa statunitense, e ne apprezzo sempre le qualità, fosse anche complesso come quando devi prendere un appartamento in affitto. Che poi il mio promesso è andato a vederne anche un altro, una vera bettola, sporco, divano rattoppato con lo scotch, pentole incrostate e piatti spaiati, e il proprietario gli ha comunque fatto lo stesso terzo grado.

E a proposito di terzo grado, mi sento pronta per raccontare la mia versione di immigration nightmare bureaucracy.

Giugno 2009. Il mio promesso era partito tre mesi prima e già ci stavamo ammalando di nostalgia. Che pivelli. A quel tempo credevamo che la nostra riunione sarebbe stata imminente, che sarei andata presto a vivere lì, e invece poi una serie di ostacoli, e un pò di senno, ci hanno fatto arrivare fino alla data di oggi. D’altra parte, di che avremmo campato se mi fossi trasferita subito come previsto non si sa.

In estate non lavoro, le scuole sono chiuse; all’epoca seguivo solo adolescenti, i cui genitori dal 13 giugno in poi non ci pensano proprio più a fare terapia. Insomma, avevo due mesi abbondanti di vacanza e a stipendio zero. Faccio il biglietto: dal 23 giugno al 5 settembre, se non ricordo male.

Primo volo intercontinentale da sola. Lungo, sì, ma ero talmente eccitata da non stare nella pelle. Io poi sono sempre un pò troppo Holly Hobbie, come dice il mio promesso, dò fiducia indiscriminata. Atterro a Miami, fila interminabile per i controlli. Ero già stata lì a marzo, avevo accompagnato il mio promesso, e nell’attesa ripensavo al poliziotto che aveva guardato la foto sul passaporto dicendomi: You were cute! E grazie a lui capii che dovevo tornare dal parrucchiere.

Al mio turno il tipo esegue le solite procedure di rito, four fingers, only thumb, look here… Poi chiede: vacanza? Sì, vacanza. Quanto ti fermi? Until September 5th.

Deve essergli scattata una molla in testa.

interrogatorio
E perchè così tanto tempo? E dove vai a stare? E lui che fa? E dove abita? E che lavoro fa? E come ti mantiene? E quanti soldi hai? E perchè così pochi per tutto questo tempo? E in Italia che lavoro fai? Vuoi lavorare qui? E che progetti avete? Volete sposarvi? E magari venire a vivere qui, eh? E come vi siete conosciuti? Quanto tempo fa? 

Mi incalzava sempre di più con le sue domande, ovviamente in inglese. Aveva un tono decisamente accusatorio, uno sguardo terribile e una risposta serrata. Non mi lasciava nemmeno il tempo di pensare, mi sentivo confusa, facevo fatica a rispondergli e contemporaneamente mi chiedevo: ma perché mi sta trattando come una criminale? Dietro di lui c’era un altro poliziotto appoggiato alla vetrata che seguiva la scena. Qualcosa mi diceva che il mastino era “in formazione”, ma tutti i miei pensieri volavano via, iniziavo a disperarmi, sentivo che avrei potuto scoppiare a piangere tanto era umiliante quella situazione. Solo dopo un po’ sono riuscita a riprendere il controllo su me stessa e gli ho detto con un tono più deciso: Ho il mio lavoro in Italia, voglio solo passare un pò di tempo col mio fidanzato che vive qui.

Ancora adesso sto male a ripensarci. Un vero shock.

La mia ultima risposta lo placa. Scrive al computer una cosa lunga un chilometro, mentre io già mi vedevo reclusa. Poi mi dice di accomodarmi nella stanza oltre la corsia. Ecco, sono reclusa.

Mi fanno sedere in questa sala con altre quattro stanze. Accanto a me, manco a dirlo, solo ispanici, eccezione fatta per una famiglia, padre, madre e due bimbe, biondi, magri e con gli occhi azzurri. Le bimbe mi facevano più pena di me, ed è tutto dire.

Dopo un pò mi chiamano, a malapena riconosco il mio cognome storpiato. Ritorniamo alla corsia, l’ultima in fondo. Mi rimpatriano, ho pensato.

Il nuovo poliziotto ha dei modi decisamente più pacati e paterni. Mi chiede di nuovo le stesse cose, ma con gentilezza. Riesco persino a riflettere e a dirgli che ho la carta di credito oltre ai pochi contanti che mi ero portata. Annuiva come a dire Sì, sì, lo so, lo so… Per fortuna l’incubo finisce. Timbro sul passaporto, adesivo sul retro, puoi entrare.

Sospiro di sollievo!

Ritiro il bagaglio, metto le due valigie (allora erano ancora consentite due colli a testa) sul carrello e mi incammino verso un secondo controllo.

Three bags? Mi chiedono. Yes. E mentre dico yes mi rendo conto dell’imperdonabile errore. Two bags erano quelle in stiva; la terza era la borsa porta pc. Cazzo.

Left side.

Entro in un corridoio e mi mettono in fila per l’ispezione bagagli. Ci vorranno ore, stanno aprendo tutti i bagagli alla ricerca di cibo e merce pericolosa/vietata con i loro guantini monouso. Cerco di farmi furba. Ri-indosso la borsa pc che avevo appoggiato sul carrello dare sollievo alle spalle.

La mia furbata viene notata. Mi fanno uscire subito dalla fila e riprendo la via d’uscita.

Terzo controllo (che quest’anno non ho ritrovato), di nuovo in fila. Il tipo vede le due valigie e mi chiede: How long will you stay? 

Two months.

It’s so much time, what’s your job?

Psychotherapist (stavolta non mi freghi).

Evidentemente anche lì gli psicoanalisti abbandonano i pazienti per lungo tempo.

L’anno successivo ho rivisto il mastino. Era al terzo controllo, ho scelto l’altra fila. Non me la scordo più quella faccia.

Non mi è più ricapitato un simile trattamento, ma da allora ad ogni viaggio ho il timore che possa essere respinta così, a buffo.

E da allora ho imparato a:

  • ridurre il bagaglio al minimo (no, resto un’incapace).
  • sorridere poco e tirarmela un pò. Sembro stupida, vero? L’anno scorso al ritorno da Miami, in fila per il controllo passaporti e metal detector, vedevo il poliziotto sorridere cordialmente alle persone in fila prima di me. Al mio turno mi avvicino col sorriso sulle labbra, e il suo si smorza in un secondo. E che c.., penso. Poi guardo meglio davanti a me: loro avevano il passaporto blu. ‘Sti patrioti.
  • vestire decentemente, che da italiana non è affatto difficile rispetto agli altri turisti del globo terracqueo: non vai lì per fame come i nostri antenati.

Ma che poi se non c’era Colombo, ma chi erano questi qua?!

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