Ieri sera ho visto l’intervista a Omar, quello di Erika&Omar, che per tutta la vita il suo nome viaggerà in coppia con quello della sua ex fidanzatina, quella con cui uccise a coltellate madre e fratellino di lei e quella per la quale si è fatto quattordici anni di carcere.
E già è un paradosso che alla perizia psichiatrica ti diagnostichino una sindrome da personalità dipendente e poi il tuo nome sarà associato per sempre ad un’altra persona.
Mi ha fatto una gran pena. Tanta. Raramente si ha idea di cosa significhi “scontare la pena”. Lavorare su di sè, accettare di essere un assassino e doverci fare i conti ogni giorno per il resto della tua vita. Risentire ogni giorno le urla delle vittime. Rivivere le scene come in un film, in una spersonalizzazione alienante che è invece la realtà, e rendersi conto che quelle impronte nel sangue sono davvero le tue. Hai ucciso, sei davvero pentito e non puoi far niente per riavvolgere il nastro. E il tuo viso porta su di sé i segni di quell’amarezza.
Dice che vorrebbe poter essere considerato per quello che è, per l’uomo che è diventato e non per il ragazzo che è stato. Poter avere un lavoro, un figlio con la sua fidanzata. Guardare al futuro insomma, e non essere più risucchiato dal passato. Glielo auguro davvero. Gli ho creduto, era sincero.

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