Ecco, questo articolo avrei potuto scriverlo io, ne condivido ogni singola parola. Credo davvero che si stia assistendo ad un eccesso di lassismo nell’educazione dei figli. Non riesco a capacitarmi quando i giudici sentenziano che un uomo, separato dalla moglie, debba continuare a provvedere al mantenimento agli studi in filologia romanza del figlio venticinquenne con l’assegno mensile da duemila euro, che e’ chiaramente solo una ritorsione familiare (o estorsione).
Polito spiega bene anche perche’ Martone avesse ragione da vendere, altroche’. Dieci anni per una laurea, se non si e’ studenti lavoratori, fanno ridere. Ora gli stanno facendo le pulci e i suoi scheletri usciranno dall’armadio, ma come sempre a chi dice cose scomode e’ piu’ conveniente tappargli la bocca con accuse e illazioni piuttosto che condividerne le idee.

Avevo ventisei anni e stavo per laurearmi (e ci ho messo pure troppo, mio malgrado: diploma a diciannove, un anno ferma prima di iniziare a dare esami, un anno perso al termine per le paturnie della prof.). In palestra conobbi una ragazza bulgara poco piu’ grande di me, laureata in ingegneria non mi ricordo cosa e trasferitasi in Italia per cercare lavoro. Parlava correntemente quattro lingue e aveva, ovviamente, trovato lavoro all’Ambasciata di Bulgaria. Ero ammiratissima dalle sue capacita’, era molto piu’ donna di me, protetta dalle mie sicurezze di eterna adolescente.
Sicuramente ce ne saranno eccome di nostre eccellenze all’estero e in patria, ma ecco, se devo giudicare dalla tipologia di genitori che ho avuto modo di conoscere in dieci anni di carriera scolastica, il novantacinque percento appartiene a quella descritta da Polito.
E condivido anche il suo assunto finale, quello per cui i baby boomers, quelli che per primi si ribellarono ai loro padri padroni, hanno generato involontari mostri senza spina dorsale:

Invece che fare i genitori, ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata la strada verso il nulla, perché non c’è meta ambiziosa la cui strada non sia impervia. È un grande fenomeno culturale, e sempre più un carattere nazionale, forse in qualche relazione contorta e perversa con il calo delle nascite, come se ne volessimo pochi per poterli coccolare meglio e più a lungo. Ed è un grande fattore di freno alla crescita, non solo economica ma anche psicologica della nazione. Mentre negli Usa infuria il dibattito sulle mamme-tigri, asiatiche che spingono i figli fin oltre il limite della competizione con se stessi e con gli altri, da noi comandano i papà-orsetti, pronti a lenire con il calore del loro abbraccio il freddo del mondo reale, così spietato e competitivo.

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