Ho un po’ questa sensazione. Vivo in un posto meraviglioso, con l’uomo che amo, il clima e’ uno spettacolo, il College funziona e i prof sono sempre puntuali e rispettano le tabelle di marcia (no, Seal cattivo no, e’ un gran casinaro; e ora fa cosi’ sfoggio della sua ironia che dovro’ trovargli un altro soprannome, e’ davvero simpatico!) . Mi trovo a volte in una sensazione di irrealta’, e non credo dipenda solo dal fatto che il mio pacco Amazon e’ rimasto appoggiato alla porta di casa per quattro ore senza che nessuno lo prendesse.
Mi capitava spesso, a Roma, di passare giornate intere senza rivolgere la parola a nessuno. E non solo se restavo a casa per il lavoro da svolgere: a volte, fatta esclusione per i buongiorno-grazie-arrivederci nei negozi, le mie giornate passavano senza sentire il suono della mia voce, e quando arrivavo a sera spesso ero frustrata, mi sentivo sola. Non qui, certo. Pero’ mi capita piu’ o meno la stessa cosa, peggiorata dal fatto che la lingua che sento intorno a me non e’ quella che sto studiando, e quando sto in un luogo pubblico riesco a comprendere solo qualche parola di un flusso ininterrotto. Al College, tra studenti, all’inizio e alla fine dei corsi scambiamo qualche parola, per fortuna prevalentemente in inglese, stiamo cominciando a conoscerci un po’ meglio. Ognuno di noi parla un inglese vergognoso, eccezione fatta per 4-5 spade che hanno un accento bellissimo*. Pero’ e’ difficile riuscire ad intromettersi nei discorsi un gruppo di persone che parlano tra loro fitto fitto in spagnolo, a meno di non voler fare come Mr.Bean, annuire ai loro discorsi e scoppiare a ridere in ritardo alle loro battute. Porto pazienza, si’. Prima o poi capiro’ tutto e parlero’ con le commesse ispaniche alla pari. In spagnolo, intendo 😉

Mi accorgo anche di vivere senza grandi preoccupazioni. Cioe’, soldi a parte, quando ero a Roma pensavo sempre oddio il traffico, la gente, occhio al portafogli, mo’ questo ci prova, oh salumiere, me stai a fa’ la cresta su venti grammi di prosciutto… Qui, no. E’ vero che ho sempre il mio angelo protettore che filtra tutto per me, ma se ci penso mi sembra che anche quando My non c’e’ e vado col mio scooter in mezzo al traffico (a proposito, la devo finire di fare la gaggia, non sto a Roma!) pur senza casco mi sento al sicuro. Il pacco Amazon non l’ha toccato nessuno. Non ho bisogno di controllare il resto, so che e’ giusto. I distributori automatici funzionano.
Ero in questa sensazione di irrealta’ quando l’altra sera hanno passato un film, per me sconosciuto. Taken. My salta sul divano, “E’ bellissimo, devi vederlo!“. In Italia non ne avevo mai sentito parlare, scopro ora che e’ uscito con l’orrido titolo Io vi trovero’. Sicuramente mi puzzava di sola, con un nome cosi’. E invece e’ gran bello, anche se Liam Neeson e’ molto Rambo, ma la regia supplisce efficacemente ai problemi di sceneggiatura. E’ un fiom molto crudo, e ti tiene incollato allo schermo per tutta la sua durata. Chiedo a My come facesse a conoscerlo, lui che da quando e’ qui e’ andato al cinema solo con me, e mi dice che glielo hanno fatto vedere al College per metterli in guardia dai pericoli dell’Europa.
Capito? La Francia, in questo caso, viene raccontata come un posto pericoloso, dove un’organizzazione criminale dell’Est mette a segno una serie di rapimenti di minorenni straniere finalizzati alla tratta delle bianche. Non che qui in America non ci sia criminalita’, ma forse la si vive in modo distante, si ha la sensazione di essere sempre al sicuro anche grazie alla presenza capillare, per esempio, di macchine della polizia. E forse ora, vivendoci, riesco a capire un po’ meglio perche’ noi italiani, fin troppo smaliziati, tacciamo i turisti americani di essere troppo ingenui e di incappare in stupide truffe. Forse la loro fiducia nel prossimo e’ piu’ che intatta. Siamo noi che l’abbiamo persa.

*ci tornero’, sulla questione degli accenti!

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