Spero che Silvia non se ne abbia a male, ma uno dei vantaggi del seguire i blog altrui (a proposito, fermatemi. Scrivete male, vi prego!) e’ partecipare alla vita, e al lavoro, di altre persone.
Fino a qualche anno fa non avrei mai fatto di queste riflessioni; poi mi ritrovo dall’altra parte del pianeta, consapevole dei miei limiti linguistici seppure mi rendo conto di essere avvantaggiata rispetto a molti altri, complice una passione adolescenziale per le lingue e un buon orecchio. E mi dico, Aaah, se la nostra Italia investisse un po’ di piu’ sull’insegnamento dell’inglese… Non mi riferisco solo alla scuola, che pare che tutto debba passare di li’. Conoscendo blogger giovani mi rendo conto di quanto il loro essere MTV Generation li abbia aiutati a comprendere l’inglese. Non mi ricordo quali serie fossero in lingua originale, se Jersey Shore o Sixteen and Pregnant, ma sono sicura che se nel ’90 avessi avuto ER senza doppiaggio adesso sarei una spada. Non voglio far crollare la dinastia degli Izzo, intendiamoci, ma noi italiani siamo ben viziati, la nostra scuola di doppiaggio e’ un’eccellenza (anche se le nuove leve… beh…). L’altro giorno qui hanno passato Cosa voglio di piu’, un bellissimo film di Silvio Soldini. Era in lingua originale con i sottotitoli, e chi vuole ascoltare – non dico imparare – l’italiano puo’ farlo. Noi abbiamo Pannofino, super!, che doppia, tra gli altri Clooney, Denzel Washington e Banderas. Per quanto sia bravo, il timbro e’ sempre quello, e da quando hanno fatto quella figata di Boris non riesco piu’ a guardare Clooney con cupidigia. Ma perche’ se voglio vedere un film in inglese (non dico in armeno; in inglese), A ROMA, devo andare allo spettacolo delle 22.30 del martedi’ al Nuovo Sacher o al Dei Piccoli, che come dice il nome ha le sedioline per i bimbi e io sono un metro e ottanta?
Ma che c’entra Silvia, direte voi? Lei traduce Jonathan Franzen, e anche grazie a lei ho quasi detestato Le correzioni e molto, molto amato Liberta’. Seguendo il suo blog mi sono appassionata al suo lavoro che tanti anni fa avrei voluto fosse il mio, e ho capito un po’ meglio quanta cura del dettaglio c’e’ in una traduzione, quanto lavoro di ripulitura, quanta cancellazione di se’ fino a riuscire a rendere esattamente lo stile e il tono e le intenzioni dello scrittore.
Sul mio comodino in questo momento ci sono Eat, Pray, Love formato cartaceo, e Confessions of a shopaholic, su Kindle – regalo di My  – entrambi in inglese. Sto cercando di ampliare il mio vocabolario (anche se la Kinsella e’ britannica), ma ho comprato anche titoli in italiano, in questi giorni su Amazon.it gli ebook te li tirano letteralmente dietro. Eat, pray, love lo avevo gia’ letto in italiano, mentre non mi era mai capitato di leggere I love shopping, percio’ non so giudicare per questo; ma devo dire che la scrittura della Gilbert mi risulta molto meno scorrevole e piacevole di quanto non mi fosse accaduto con il libro italiano grazie alla sua traduttrice, Margherita Crepax, cosi’ brava da avermi fatto venire voglia di leggerlo in originale. Ma un libro, almeno cosi’ la penso, e’ diverso da un film. Un libro e’ fatto di parole, e il talento dello scrittore – o del traduttore – emerge subito. Se la narrazione arranca, o se si sofferma troppo lungamente sui dettagli, la mia immaginazione supplisce poco. Al contrario un film si guarda, e oltre ad una buona sceneggiatura e ad una buona regia c’e’ anche il ruolo dell’attore, che se davvero bravo incarna il personaggio non solo con le parole ma anche con il linguaggio non verbale. Il doppiatore, a mio giudizio, da’ un valore aggiunto ma non e’ cosi’ indispensabile. Le lingue si imparano meglio ascoltandole.

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