La scienza scopre che si diventa adulti a 24 anni. Un articolo di Fulvio Scaparro sul Corriere di oggi racconta che fino a quell’eta’ il cervello non e’ ancora in grado di processare correttamente tutte le informazioni e di valutare correttamente le conseguenze ad un determinato comportamento.
Dal mio punto di vista, per l’esperienza che mi sono fatta, il momento di stallo che fa scattare la crescita e’ intorno ai 22 anni. E’ successo a me, l’ho osservato in alcuni pazienti e parlando con ragazzi di quell’eta’. Intorno ai ventidue anni si genera una piccola crisi per cui le ribellioni adolescenziali, quelle che ti fanno andare contro i genitori a tutti i costi, vengono messe in discussione perfino da te stesso; ed e’ in quel momento che gli insegnamenti dei genitori, le esperienze fatte fino a quel momento e le proprie convinzioni personali, vengono nuovamente mescolate – non senza un senso di smarrimento – e danno luogo all’adulto, quello che finalmente “perdona” i propri genitori per essere stati dei pessimi genitori (la visione dell’adolescente) e comprende il loro punto di vista. E fa propri alcuni loro insegnamenti.
Vanessa aveva solo vent’anni pero’.
Vanessa e’ stata uccisa dal proprio convivente.
Vanessa, che sul Messaggero chiamano Valentina non so perche’, viveva con un uomo di trentaquattro anni.
Io non voglio unirmi al coro delle femministe. Non voglio dire che gli uomini uccidono le donne, anche se e’ indubbiamente vero. Voglio proporre un punto di vista alternativo.
Chi doveva mettere in guardia Vanessa? Chi le doveva mostrare la giusta direzione della crescita? Dov’era la sua famiglia?
A vent’anni giochi a fare la grande e ti senti invincibile. A vent’anni fai le prove di crescita e pensi che hai ragione su tutti i fronti. Io a vent’anni stavo con un ragazzo piu’ piccolo di me di tre anni, che la vita aveva suonato a mazzate ed era un mezzo sbandato, poveraccio. Mio padre mi fece la lotta per impedirmi di vederlo, inutilmente. Mia madre fu piu’ diplomatica, e fu lei a convincermi a riprendere gli studi che avevo interrotto. Lo fece con dolcezza e facendomi capire che avevo fatto un po’ di cazzate fino a quel momento, ma pur biasimandomi era sempre stata dalla mia parte. Aspettava solo il momento. Ma lo sbandato aveva diciassette anni. Era, diciamo, piu’ o meno innocuo.
Vanessa, a quanto si legge dall’articolo, stava con quest’uomo di trentaquattro. Cocainomane. O almeno, l’ha strangolata dopo aver tirato.
I miei genitori non mi avrebbero mai concesso di andare a vivere con un uomo cosi’ grande. Il padre di Vanessa, pover’uomo, dice che aveva accolto il fidanzato di sua figlia in casa dandogli piena fiducia. Sicuramente non sapeva della tossicomania, ne sono certa. Ma chi ci insegna a guardarci le spalle?
Quando eravamo tardo adolescenti, un’amica di mia sorella stava con un tipo arrabbiato, strano, sbandato pure lui. Non ci era simpatico, non lo frequentavamo volentieri. Un giorno mia sorella mi confesso’ che la sua amica le aveva confidato di aver visto il fidanzato in bagno che tirava coca. Sconvolta, ne parlo’ con alcuni amici e venne fuori che tutti lo sapevano, che tutti se ne erano resi conto tranne lei. E non le avevano detto nulla. Cadde dal pero cosi’, e fu intelligente da lasciarlo perche’ pur amandolo amava se stessa molto di piu’, e non aveva nessuna intenzione di entrare in una storia cosi’ tanto piu’ grande di lei. A vent’anni.
Chissa’ se Vanessa lo sapeva. Chissa’ se lei invece non pensava di poterlo cambiare, quell’uomo che poi l’ha uccisa perche’ lei lo ha chiamato col nome dell’ex mentre facevano l’amore.

Sono arrabbiata. Sono arrabbiata perche’ le lotte ideologiche non ci portano da nessuna parte. C’e’ bisogno di educazione affettiva piuttosto. C’e’ bisogno di insegnare alle figlie femmine ad ascoltare se stesse, a fidarsi del proprio istinto e di amare senza essere oblative, un termine orrendo che significa mettere da parte se stesse e sacrificarsi per il bene dell’altro – chiunque esso sia, figlio, marito o genitore. Io non credo che cio’ dipenda dall’educazione, dalle bambole con cui si giocava o dalla televisione. Sicuramente la nostra cultura, matriarcale, checche’ ne diciate, ha un ruolo in tutto questo. In Scandinavia, per dire, le donne non smettono di lavorare per dedicarsi alla famiglia (sorvoliamo sullo stato sociale). Ma siamo anche un paese che ha fatto il 68 e solo dopo e’ stata introdotta la legge sull’aborto. E solo da pochi anni le donne avevano avuto il diritto al voto. Voglio dire, qualcosa significhera’, o no?
Smettiamola di dare la colpa agli uomini, che sicuramente sono per natura piu’ aggressivi. D’altronde, noi sviluppiamo attacchi di panico e forme d’ansia, loro hanno un tasso di suicidi piu’ alto. Vorra’ dire qualcosa, no? Siamo diversi.
Ma se non ci amiamo noi stesse per prime, se permettiamo agli altri di fare di noi tappetino, non verra’ nessuno a salvarci.

Che la terra ti sia lieve, piccola Vanessa. Eri bella davvero, e piena di vita.

Valentina Scialfa
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