Le lezioni mi assorbono tanto. Tutti i giorni otto ore, comprese una e mezza di pausa pranzo. Siamo 22, ovviamente frequentandoci tutti i giorni per tutto quel tempo si lega molto velocemente. E soprattutto questa classe mi piace moltissimo, perche’ tutti, o quasi, sono fortemente motivati ad imparare. Parlano tutti, o quasi, eslcusivamente inglese, anche nei cambi d’ora. Certo, stiamo imparando, a volte fatichiamo a capirci, ma siamo tutti protesi a comunicare il piu’ possibile. Il mio problema fondamentale durante le lezioni e’ adeguare la velocita’ della lingua (bassa) a quella della mente (altissima), tanto che spesso quello che vorrei dire viene estremamente sintetizzato perche’ non trovo le parole, e alla fine quello che esce fuori e’ un’altra cosa rispetto a quello che avrei voluto esprimere. Quello che devo imparare a vincere invece e’ la sensazione di inadeguatezza che mi assale quando gli altri, tutti ispanici tranne tre, aggrottano le sopracciglia perche’ ovviamente il mio accento e’ completamente diverso dal loro, e duro, e non mi capiscono. Io non dico espescial ne’ senkiu, ma se mi esce speciAl e Tenkiu non mi capiscono uguale. La cosa agghiacciante e’ che io ormai ho fatto l’orecchio all’inglese ispanico. E mettiamoci pure che con l’inglese britannico imparato a scuola devo ricordarmi che non si dice prior ma former, non rubber ma eraser (grazie Ilaria!!), non trousers ma pants. Ma vabbe’, migliorero’. Tanto che giovedi’ ho pure parlato al telefono con uno studente della classe del regular college, native american o quasi. Non so se lui ha capito bene me, ma io ho capito bene lui, e sto gia’ un passo avanti.
A pranzo abbiamo fatto un gruppettino fantastico. Ce ne andiamo in cafeteria, ognuna col suo pranzo portato da casa, e iniziamo a chiacchierare dei nostri paesi o di altre cose e ci divertiamo un sacco. Siamo un’italiana, una cubana, una colombiana, una haitiana e una costariquense. Solo qui puo’ succedere una cosa cosi’. Ho scoperto ad esempio che Haiti e’ una nazione molto piu’ integralista, dal punto di vista religioso, dell’Italia, e ho fatto assaggiare loro l’insalata di riso, che hanno molto gradito.
Ieri, a lezione, la proffa insopportabile, per cercare di ricatturare la nostra attenzione ha cominciato a chiedere da dove venissimo tutti. A parte che era convinta che fossi brasiliana, ed e’ gia’ la seconda settimana le dico che sono italiana. Ci sono solo sei cubani, che e’ veramente un record; tre colombiani, tre peruviani, cinque venezuelani, una costariquena, una thailandese, una haitiana e una iraniana.
Poi c’e’ lui. Il mitomane.

E’ un ragazzo che stava con me gia’ al primo semestre, quindi lo conosco da gennaio. Inquadrato subito, al terzo giorno di lezione. Disse di essere brasiliano, e di aver vissuto in Venezuela per qualche anno. Qualche giorno fa esce fuori che e’ cubano, e che ha vissuto qualche anno in Venezuela. Mah? Forse avevo capito male? Chiedo conferma all’amichetta colombiana, anche lei con me da gennaio, no, ricordavo bene. Disse proprio brasiliano.

Settimana scorsa siamo tutti in cerchio, il prof pesca a caso persone che devono rispondere alle domande degli altri. Il mitomane, che peraltro e’ simpaticissimo e la butta sempre in caciara per non farsi capire o per glissare sui suoi errori, chiede al compagno: Mi dai un indirizzo di Maracaio? E quello: Un indirizzo?! – Si, un indirizzo, qualsiasi. Io avevo gia’ capito. E l’altro: Ma Maracay o Maracaibo? E il mitomane: No no, Maracaio. (Il mitomane evidentemente e’ allergico all’ascolto) Poi spiega: Siccome lavoro da Best Buy (tipo Trony) a volte e’ bello parlare con i clienti e sapere da dove vengono. Si’, eh?

Ma non e’ strano che sia la Florida che
l’Italia siano un’appendice nel mare?

In una pausa mi chiede: Sei italiana! Io ho vissuto in Italia tre mesi con la mia ragazza.

Ah si’? Dico. E dove?
Mi dice una cosa che non capisco.
Say it again, chiedo.
Pisatower.
L’altro giorno doveva presentare una canzone alla classe, parafrasando il testo e raccontando perche’ avesse scelto proprio quella. Tra Ai sink, sci du, parole mangiate e frasi espresse alla velocita’ della luce, nessuno ci ha capito niente. Alla fine il prof e’ stato un po’ duro, ma e’ quello che devono fare i prof: insegnare. E gli fa: Sai, tu sei qui da tanti anni e hai imparato a sopravvivere con il tuo inglese. Ora per te la cosa piu’ difficile sara’ disimparare tutti i tuoi errori e ricominciare daccapo. Non coniughi le terze persone singolari, sbagli delle pronunce, ti mangi tutte le esse. E lui: Prof, io ho vissuto tanti anni in Giappone, e in Giappone non hanno le esse. Il prof non fa una piega e gli fa: Vieni da Cuba? Nemmeno a Cuba dite le esse.

Ieri. La prof chiede da dove venissimo, lui dice Cuba, poi dice di conoscere il Quechua, una lingua parlata in Peru, dove lui ha vissuto. I peruviani si guardano. Lui spiega convinto che il Quechua non ha gli articoli. A quel punto la classe sbotta a ridere, evidentemente e’ chiaro a tutti che questo racconta un mare di cavolate, e la prof gli fa: Ma com’e’ che tu hai vissuto in tutti questi posti? E lui: Mio padre per lavoro viaggia tantissimo e io vado con lui.
Ecco, a me ha ricordato Leonardo Di Caprio in Prova a prendermi. Ho sentito tutta la sua solitudine.
Ma l’applauso lo merita l’iraniana.
Sempre sola, poverina. Non ha legato con nessuna ragazza, non capisco dove vada durante le pause pranzo, non la vedo mai. Ha un’ironia tutta sua, tipo che l’altro giorno ha chiesto cosa volesse dire champions, ma era evidente che stesse giocando, o provocando, non so. Ieri la prof, che ha un efficacissimo metodo didattico (= leggere il libro tutti insieme e fare gli esercizi. Manco alle elementari. Fortuna che e’ una volta a settimana), non sa piu’ come riacchiapparci dal nostro disinteresse generale, e inizia a fare: Any question, guys? Avete domande? Fatemi domande.

L’iraniana alza la mano. What’s the weather today? E la prof, spiazzata: E’ una bellissima giornata, perche’ me lo chiedi? E lei, serafica: Ha chiesto di fare domande!

Annunci