Sono stata all’Ikea con un’amica di qui, la mia prima vera amica, fatta salva la giapponese con cui pero’ alla fine ci vediamo solo al College. Questa qui invece mi ha presa a cuore quando avevo il pancione, si e’ presa cura di me dicendomi che quando lei era arrivata dal Costarica aveva avuto a sua volta una amica che si preoccupava sempre di accompagnarla e agevolarla quanto piu’ possibile prima che avesse un’automobile sua, e la invitava alle feste cercando di favorirla nell’integrazione.
Insomma, eravamo all’Ikea perche’ sta divorziando dal marito. Ha venticinque anni, no, forse nemmeno ci arriva.
E’ innamorata persa della Picci, che lei chiama Little Turkey. Lei che mi diceva Non voglio avere figli e contemporaneamente accarezzava la mia pancia. Lei con cui ho passato il pomeriggio prima delle doglie.
Eravamo all’Ikea e abbracciava la piccolina dicendole Qui le nostre famiglie non ci sono, qui le nostre famiglie sono gli amici!
Sono giorni che mi girano in testa dei post di Sabina, di Baby e di Alessandra, ed ecco qui anche lei.
Figo, figo, figo stare qui. Per carita’.
Pero’ come dice Sabina, la dimensione di coppia, da expat, cambia completamente.

foto mondo maldive

Un giorno una mia amica mi scrive Heh heh heh, menomale che My sta tutto il giorno fuori, cosi’ andate piu’ d’accordo. Ora, se questo puo’ esser vero per qualche coppia e per noi non lo e’ mai stato, da questa parte dell’oceano non ha proprio alcun senso. Siamo io e lui – lui ed io, e la nostra cucciola. E sua madre, vabbe’, ma c’e’ talmente poco che non incide proprio.
Vivi da expat e non hai altre persone vere su cui contare. O comunque, non ancora, dopo un anno e poco piu’. Alla mia amica costariquena voglio bene, e tanto, ma in caso di bisogno lei ci sarebbe? Forse si’, ma e’ di quelle a cui per esempio non affiderei le chiavi di casa o laPicci, troppo distratta, forse in questo momento della sua vita la sua mente e’ persa in troppi problemi. O forse e’ proprio cosi’, una sognatrice. E chissa’ che invece in caso di necessita’ dovro’ per forza affidarmi a lei, nonostante le mie remore.
Piu’ di una volta mi sono trovata a pensare E se a lui succede qualcosa? Ovviamente torno in Italia, visto che lui e’ il motivo per cui sono qui. Cambiero’ idea tra qualche anno, quando saro’ piu’ integrata, con un lavoro, e con la Picci che va a scuola, che ha qui le sue radici, la sua cultura di appartenenza, i suoi amici?
Che poi quando scazzi col tuo lui, come e’ successo a Baby, con il tuo lui che e’ l’unica persona che ami qui, ti ritrovi senza uno straccio di amica a cui rompere le palle per tutto il pomeriggio perche’ li’ e’ notte, e non puoi andare a camminare e tirare calci ai sassi perche’ fa troppo freddo (o troppo caldo), e ti deprime l’idea di rifugiarti nel  mall con mille negozi e le luci artificiali, al massimo ti viene voglia di provare l’autoscontro per sfogarti ma sia mai che qualcuno tiri fuori una pistola, insomma, te ne stai dentro casa, o giu’ di li’, in attesa che i nervi passino. E io la capisco, eh. L’anno scorso avevo il mio scoramento, mi sono sfogata qui e mi avete scritto in tanti mandandomi anche i numeri di telefono. Alla fine non ho chiamato nessuno per non rompere le palle, esattamente come lei, ma ho scritto a tutti, e tutti mi avete supportato. Di sicuro questo canale del blog, e le mail, o le chat, in qualche modo ti aiutano all’inizio a tenere gli argini di certe emozioni che magari al telefono proromperebbero, con l’aggiunta dell’imbarazzo per il non conoscersi affatto. In fondo raccontare i fatti tuoi ad un perfetto estraneo serve sempre; diciamo che la tecnologia ora ci aiuta a tenere le distanze, avvicinandoci. Alle brutte puoi sempre farti un amico straniero con cui parlare, che quando la lingua non e’ la tua, come ho appena scoperto, e’ molto piu’ facile dire I love you o tenere a bada le lacrime: la mia amica mi ha raccontato la fine del suo matrimonio mantenendo un aplomb britannico, per poi scoppiare a piangere non appena si e’ espressa in spagnolo.
E quindi alla fine che fai? Devi adattarti alla solitudine, relativa, certo, e alle nuove abitudini che in patria non avresti mai pensato di avere. Come dice Alessandra

Non è sempre facile.
Non è facile capire quello che realmente si vuole. Non è sempre facile capire se quello che ci manca di casa giustifichi il rinunciare a tutto quello che questa esperienza sta dando a me, a mio marito, a noi come coppia, a noi come famiglia, ai miei figli. Bisogna mettersi costantemente in ascolto dei propri pensieri, emozioni, ansie, incertezze e preoccupazioni. Afferrarli, dar loro forma e concretezza. Bisogna darsi il tempo di trovare la risposta migliore (e non solo per se stessi), senza voler necessariamente trovarla subito.
Bisogna saper sostenere e lasciarsi sostenere dal proprio compagno di viaggio.
Bisogna saper godere della quotidianità della propria famiglia.
Bisogna star bene con se stessi, con i propri limiti e le proprie debolezze.
Bisogna star bene con se stessi malinconici e incerti.
Bisogna imparare a star bene con se stessi.

Questo e’ il vero motivo per cui non tutti ce la fanno.

da qui

p.s. che poi, sara’ mica questo il motivo per cui qui in Usa sono tutti individualisti e ripiegati sulle proprie famiglie? In fondo siamo tutti immigrati, qui.

p.p. s. Il titolo del post e’ quello di uno show trasmesso qui in Usa in cui due famiglie si contendono un montepremi rispondendo a delle domande. Ma rende l’idea, no?

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