Leggo sul giornale che alla Mangiagalli hanno rubato gli effetti personali delle partorienti. Il pensiero va subito a Nina, in queste ore in sala parto, di cui sto aspettando notizie trepidante, roba che rovisto twitter affannosamente, #dajesimo. E va alla mia amica che quando venne ricoverata al Gemelli, reparto solventi come si chiama, le rubarono il cellulare, probabilmente un portantino – l’unico che entro’ in stanza mentre lei era con noi sette visitatori in sala d’attesa. E va ai numerosi ricoveri dei miei familiari (io posso vantare un unico PS nella mia vita) tra San Camillo, San Carlo, Policlinico, e l’impossibilita’ di lasciar loro un cellulare sia pure scassone per poter comunicare quando non in visita.
Poi penso agli ospedali che ho visitato qui. Un ospedale pubblico, il Jackson Memorial Hospital, e due privati: il Baptist Hospital, dove sono stata a partorire e poi una notte in pronto soccorso per laPicci, e il Miami Children Hospital. Premetto che a Miami ci sono cosi’ tanti ospedali e urgent care dislocati sul territorio che non credo mi capitera’ mai di vedere le scene di affollamento a cui ho assistito negli ospedali romani, dove, va ricordato, arrivano pazienti anche dal Sud Italia, quindi particolarmente congestionati. In ciascuno dei tre ospedali visitati, all’ingresso si trova il desk dell’accoglienza. Impossibile passare oltre senza essere fermati da un vigilante che ti obbliga a registrarti.
Ciascun visitatore o paziente o accompagnatore che sia, viene munito di un braccialetto a seguito di presentazione di documento di identita’. All’epoca della visita al Jackson non avevo ancora la patente, non presentai alcun documento ma mi registrarono associata all’ID di My. Addirittura al Baptist si entra al reparto maternita’ varcando una porta a vetri che delimita il confine di attesa per il proprio turno al banco accettazione, che non e’ appunto quello del ricovero, ma solo quello della registrazione. La notte del parto arrivai li’ in preda alle doglie e il vigilante mi fece andare avanti solo perche’ in evidente travaglio, ma My venne fermato per qualche minuto per l’identificazione di rito.
A posteriori, visto che prima non avevo termini di confronto, posso dire che in quanto a decoro e assistenza qui non c’e’ differenza tra ospedale pubblico e privato. Se mi passate l’osservazione antipatica, l’unica differenza era l’aspetto degli ospiti dell’ospedale pubblico, visto che in questo paese il possesso di un’assicurazione medica segna un’importante differenza di ceto sociale.
Inutile dire che questo controllo a priori mi sembra il minimo per poter garantire un ricovero sereno e protetto alle persone sofferenti e ai loro familiari. In Italia a Roma l’uso del tu indiscriminato e irrispettoso, l’essere trattati da minus habens, la fila eterna per poter parlare ad un medico e l’essere inevitabilmente considerati illetterati e incapaci di intendere, l’uso del burocratese e l’ostentazione di termini tecnici che marcano distanza, insomma, tutto contribuisce a rendere il ricovero un simil girone infernale dal quale non si vede l’ora di evadere. Tanto che le rare volte che ci si imbatte in qualche isola felice di gentilezza e di professionalita’ si decide di scrivere una lettera ai giornali per ringraziare l’intera equipe e il primario.

Infermiera Mimma a parte, un pensiero positivo alla mia amica e al suo papa’ che stanno attraversando ore difficili. Daje Gio.

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