Quando sono arrivata qui per la prima volta non sapevo cosa aspettarmi. Ero in vacanza per una settimana e non mi ero informata di nulla, ne’ avevo mai visto qualcosa di Miami. Niente. Nemmeno una foto. Non era una destinazione che mi aveva mai attratta, essendo nota per la vita notturna ed i locali. Non avevo idea di come fosse la citta’, se avrei trovato case o palazzi, a malapena la sapevo collocare geograficamente. Ricordo il tragitto dall’aeroporto verso l’albergo, un misto di curiosita’ e delusione: sebbene qui la natura sia rigogliosa e dia alla citta’ ombre e colori particolari, i negozi, o meglio la maggior parte dei negozi, sono molto diversi da come li abbiamo in Italia. Raramente ci sono insegne luminose, le vetrine non sono affatto curate come da noi e spesso sembrano cadenti e vecchi. Eppure questa citta’ ha solo cento anni.

In tre anni ho imparato a riconsiderare tante cose, a partire da quella prima impressione. Ho imparato che fare paragoni meglio-peggio e’ fuorviante, anche se inevitabile. Le cose qui sono semplicemente diverse dall’Italia, esattamente come lo erano quei negozi.

In questi quasi tre anni ho reimparato a parlare. Non solo per la lingua, ovviamente, anzi, le lingue, visto che qui si parla piu’ lo spagnolo che l’inglese. Ogni volta che mi esprimo devo considerare l’interlocutore che ho davanti: se ispanico, posso essere piu’ o meno diretta come siamo noi nella nostra lingua; ma se parlo con un anglosassone, devo costruire la frase diversamente, dal momento che anche solo per dire No, grazie e’ preferibile usare una formula meno rude e magari invertire Thank you, no.

Allo stesso modo ho imparato che con l’Americano con cui faro’ due chiacchiere di circostanza non scenderemo in alcun dettaglio limitandoci a convenevoli e discorsi di superficie, mentre nella stessa situazione un cubano tendera’ a farmi molte domande sbottonandosi molto poco per quello che lo riguarda.

Ho reimparato a mangiare. Come qualsiasi expat scopre, non ci sono le stesse cose che abbiamo in Italia e ci si adatta a cercare altro. Sono sempre stata una persona molto curiosa dal punto di vista gastronomico, ma ho comunque dovuto rivedere molti pregiudizi che appartengono alla nostra cultura secondo cui gli Americani non sanno mangiare. Non e’ vero, sono molto attenti a quello che si mangia e alla presentazione dei piatti. Non so se e’ una caratteristica di una certa Miami, fatta di molto turismo, ma qui ho assaggiato cose buonissime e dell’Italia mi manca davvero solo la mozzarella. Al contrario i latini difficilmente si scostano dalle loro abitudini alimentari. Vi ricorda qualcuno questa caratteristica?

coral gables

Ho rinunciato al controllo. Quando in Italia vai dal medico generico sai che avrai bisogno di un appuntamento altrove per le analisi del sangue, in un altro giorno da perdere, che verranno consegnate in un tempo x per poi riportarle al tuo dottore, in un altro appuntamento, dopo aver verificato che i numeri stampati siano effettivamente nel range della normalita’ e se no si passera’ al controllo in rete dove sicuramente si scoprira’ di essere affetti da qualche malattia cronica ad esito infausto. Qui no. Qui il prelievo del sangue viene fatto nello studio medico in cui si va – nel mio caso e’ stato cosi’ sia per la ginecologa che mi seguiva in gravidanza sia per il medico generico – e i risultati sono solo genericamente discussi tipo Hai i valori perfetti!, ma niente di piu’. A meno che non ci sia davvero qualcosa di preoccuparsi gli Americani dicono Why worry? E in effetti si campa meglio. Ad ognuno il suo mestiere.

E ho gia’ scritto dell’abbigliamento e di come la percezione del proprio corpo cambi completamente. In particolare qui a Miami, in questa doppia cultura, si vive sia la realta’ puritana anglosassone in cui nessun corpo e’ mostrato nudo o provocante, sia quella latina in cui la seduzione entra nel quotidiano fatto di ancheggiamenti perfino al supermercato davanti al cassiere attempato. Per i latini tutto e’ sesso, ma diversamente che da noi. Alcuni amici postano su facebook foto di fondoschiena che per noi italiani sono grassi, enormi. Guardare in tv i canali sudamericani sposta il confine di cosa e’ considerato attraente: le ballerine dei programmi hanno corpi tozzi e muscolosi, seppure sodi. Tutt’altra cosa dai nostri canoni di bellezza che vogliono donne si’ atletiche, ma magre. Come gli Americani hanno un attenzione maniacale per i denti, le ispaniche ce l’hanno per i piedi, anche perche’ qui si indossano infradito tutto l’anno, spesso anche nei mesi in cui le temperature scendono sotto i 20 gradi.

Ho reimparato a guidare, sapendo che un Americano rispettera’ il codice della strada e ad ogni incrocio aspettera’ qualche secondo prima di passare, mentre un latino quasi sicuramente a malapena rispettera’ lo stop – anche qui, nessuna differenza con Roma. Ma ho piacevolmente dimenticato l’ansia di essere abbordata per strada, di essere scippata, investita, o anche solo clacsonata se mi attardo al semaforo qualche istante prima di partire.

miami beach

Ho reimparato la geografia, scoprendo che come gli Eschimesi hanno quindici parole per dire neve, i Miamensi non sanno cosa voglia dire collina. Chi e’ nato e vissuto qui non si rende conto di cosa sia un orizzonte interrotto da un’altura, motivo per cui non riuscivo a far capire ad un amico cosa siano i Sette Colli di Roma. Ma anche la cultura generica e’ davvero molto relativa qui, visto che molte persone vengono da paesi poveri e ignorano personaggi del calibro di Frank Sinatra, Woody Allen e perfino Hitler. Ad una persona mio marito ha dovuto spiegare cosa fosse la pancreatite che aveva e cosa rischiava a non curarla – a dir la verita’ ignorava anche cosa fosse il pancreas.

blue sky

Ma la relativita’ di tutto quello che vivo qui fa si’ che a poche centinaia di miglia di distanza, in Texas o Alabama, o ancor di piu’ in California o Washington, tutto questo cambi e lasci spazio ad altre culture, altri cibi, altre parole, pronunce, abitudini, abiti, cartelli, canzoni. Quella e’ l’America, questa di cui ho parlato e’ una parte della mia America.

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