Una delle cose che piu’ irrita noi italiani all’estero e’ notare gli errori grammaticali che i nativi commettono. E’ vero che molti di noi siamo sono grammar nazi, ma il piu’ delle volte il motivo della nostra rigidita’ e’ dovuto al fatto che diversamente perderemmo quei quattro punti di riferimento che ancora abbiamo nei confronti di una nuova lingua.

Il mio problema piu’ grande qui a Miami e’ parlare con alcuni giovani. Ieri mi si presenta una ragazza che parlava un americano strettissimo e molto rapido, e quando le ho chiesto il nome della riunione a cui doveva partecipare ho dovuto farmelo ripetere tre volte e ancora non avevo capito. Nome proprio? Acronimo? Slogan? Non l’avevo acchiappato proprio. E lo stesso mi accadeva con il prof di Psicologia al College: era il piu’ giovane di tutti i miei docenti, e se gli altri parlavano un perfetto inglese scandendo bene le parole, lui se le mangiava.

Ma non e’ lo stesso in Italia? Prova a parlare ad un adolescente.

Il punto e’ poi che qualsiasi lingua e’ mobile. Le regole grammaticali cambiano con il passare degli anni. Se l’Accademia della Crusca nel 2003 scriveva che po’ vuole l’accento, la Treccani nel 2012 indica l’apostrofo come la grafia sempre piu’ diffusa. E percio’ tutte quelle di noi che storcono il naso davanti a your scritto per you’re, dovrebbero riflettere sul fatto che spesso nel linguaggio informale italiano e nei social si usano parole scorrette ma che il contesto del discorso aiuta a decodificare.

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La verita’ e’ (perdonate la mia tastiera americana che non ha accenti ma solo apostrofi!) che noi italiani all’estero siamo sempre un po’ spersi, soprattutto quando arriviamo in Usa e pensiamo di avere appreso un buon inglese e invece non siamo in grado di sostenere una conversazione. Non e’ solo questione di pronuncia, e’ proprio che la lingua parlata e’ un’altra cosa, ha termini differenti, ed il vocabolario dei di molti madrelingua e’ ovviamente sterminato. C’e’ di buono che a Miami si vince facile, molti ispanici non parlano inglese e la maggior parte di chi vive qui da anni ha un vocabolario limitato ed una pronuncia scorretta perche’ la gran parte della citta’ parla spagnolo. Ma difficilmente ci si confronta con qualcuno che ci permette di migliorare la nostra lingua.

 

Una collega americana ieri mi dice qualcosa il cui significato era che sono una persona che dice sempre quello che pensa, era un suono simile a dumb o dunn, che non e’ quello che ha detto, ma non ho tuttora idea di che termine abbia usato.

Quindi il succo e’ che dobbiamo imparare a tollerare l’incertezza e l’imperfezione. Alcuni di noi devono avere le cose sempre ben incasellate e categorizzate, altri siamo sono invece piu’ flessibili e accettano di convivere con il dubbio. Si cresce con il tempo, e si migliora se si e’ disposti ad imparare.

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