Vitaccia da emigranti

Vero made in Italy?

Arriva quest’uomo italiano, distinto, che chiede di conoscermi perche’ ha dedotto dal mio nome che condividiamo la madrepatria. Parliamo del piu’ e del meno poi mi dice che si trasferira’ in Central Florida e che Miami e’ troppo caotica – posso dargli torto?

Lui vive all’estero gia’ da 30 anni e ritorna negli Stati Uniti dopo 25. Della sua ultima visita nei dintorni di Orlando mi dice che e’ rimasto sorpreso dalla scarsa qualita’ dei diners Italiani, che sono fatti ancora come quelli che lui aveva visitato nel New Jersey 3 decenni fa, con le tinte alle pareti che richiamano il tricolore, mille stereotipi italiani appesi, cibo unto e pesante. Non ho le competenze per poter affermare se sia vero o no, quando esco da Miami non cerco mai ristoranti italiani, ma credo di sapere di cosa parla perche’ conosco alcuni siti di vendita di prodotti online. E il motivo per cui non cerco posti italiani al di fuori di Miami – oltre al fatto che trovo la cucina americana solo uscendo da Miami – e’ perche’ qui siamo abituati davvero bene, con un livello molto alto.

Ho raccontato tante volte di come Miami abbia un turismo ricco e multiculturale, e i vari ristoranti italiani, gestiti da italiani, sono quasi tutti all’avanguardia. Se trovi una trattoria con l’insegna verde bianca e rossa non e’ gestita da un italiano. Per certo. E infatti ci vanno i latini che pensano siano ristoranti autentici, ovviamente ci vanno anche perche’ possono parlare spagnolo e la cosa non gli suscita alcun sospetto.

I ristoranti italiani a Miami sono molto belli, molto buoni e decisamente piu’ cari, come tutto quello che di autentico arriva qui. A Miami c’e’ moltissima concorrenza, di buon cibo italiano ne trovi ovunque: se vuoi emergere devi essere figo.

Cecconi, via Timeout

Durante il nostro ultimo viaggetto come sempre lo Chef ed io abbiamo ascoltato Radio Deejay dove hanno parlato di un libro appena uscito che si chiama Denominazione di Origine Inventata. L’autore si chiama Alberto Grandi e a leggere le recensioni capisco essere un esperto nel settore. Quello che Grandi racconta in radio e’ che ci sono alcuni falsi miti sul Made in Italy che ormai hanno preso il sopravvento nella cultura popolare italiana, stereotipi che contribuiscono alla circolazione di leggende metropolitane senza alcun fondamento. Una di queste e’ la storia del parmesan, che non e’, come tutti pensiamo, la brutta copia americana del parmigiano italiano, ma la ricetta originaria arrivata dall’italia insieme agli immigrati nel dopoguerra che hanno iniziato a produrlo nel Wisconsin.

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Ora, io sto libro non ho potuto leggerlo perche’ le leggi di amazon mi impediscono di acquistare il digitale, ma la notizia mi ha aperto gli occhi. Ho finalmente capito il perche’ degli spaghetti with meatballs, del garlic bread, e perfino delle nostre liti sulla parmigiana di melanzane.

Capisco tutta una serie di cose che da romana, figlia degli anni ’70 non potevo aver chiare prima. A Roma si mangia bene – anche molto male, perche’ e’ una citta’ estremamente turistica, ma non e’ questo il punto. Roma e’ la Capitale, a Roma c’e’ Heinz Beck da quando, dagli anni 90? A Roma si sperimenta, e tanto, cosi’ come a Milano. La tradizione, quella vera, e’ altrove. E no, Roma non ha vissuto l’emigrazione selvaggia per la crisi del dopoguerra. Chi e’ andato via dall’Italia dopo la prima e la seconda guerra mondiale si e’ portato via le ricette che conosceva in quel periodo, il cibo fatto con elementi semplici e poveri. Chi e’ rimasto ha goduto del boom economico e poi di quello degli anni ’80, i suoi figli e nipoti hanno studiato, sono andati all’Universita’, hanno contribuito al benessere sociale dell’Italia e a quel made in Italy famoso nel mondo. Chi ha lasciato l’Italia nel dopoguerra si e’ portato via la ricetta del cioppino, che in Italia si e’ evoluto nel cacciucco.

Noi Italiani litighiamo perfino sul cibo non solo perche’ a nord c’erano i tedeschi e i francesi e a sud gli spagnoli, ma anche perche’ l’Italia continua ad essere un motore a due tempi, con un fortissimo legame alla cultura enogastronomica di base e una fortissima resistenza a qualsiasi tipo di sperimentazione. Mi fa sorridere la casualita’ che il giorno prima della pizza di Cracco su un gruppo di italiani a Miami si e’ massacrato un ristorante napoletano che fa la pizza al carbone vegetale.

Quindi tutto sto post per dare voce ai miei pensieri sulla nostra cultura in continua evoluzione. Non soltanto la lingua cambia e si adegua ai tempi, ma anche la cucina.

L’Italia e’ ricca, ma non lo era. E se non vi date una svegliata torna a quella miseria, che il morbillo e’ gia’ una realta’.

Foto in apertura dal mio instagram, che io so’ ciaciona, lo chef e’ mio marito.

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5 pensieri riguardo “Vero made in Italy?”

  1. Ciao. Bellissimo articolo, che mi tocca molto da vicino.

    Essendo negli States da 20 anni ormai, e avendo lavorato in cucine e ristoranti in giro per gli Stati Uniti, e soprattutto adesso che sono nel campo della distribuzione di prodotti europei e per la maggior parte italiani, sono arrivato alle stesse conclusioni.
    I piatti che noi definiamo Italo americani sono figli delle prime generazioni di immigranti, che per mancanza di materie prime al tempo dovute ovviamente alla difficoltà di importazione e costi, si sono evoluti in quelli attuali che troviamo in ristoranti e ricette di famiglie di quarta o quinta generazione. Solo l’esempio del grana (padano o reggiano) regge tutto il sistema. Il citato Parmesan del Wisconsin, e si un prodotto similare, Ma non regge il confronto del gusto: per avere lo stesso effetto se ne deve mettere molto di più rispetto ad un reggiano, da qui secondo me è nato l’abuso del formaggio in questi piatti di cultura Italo americana. La compagnia per cui lavoro e stata una delle prime ad importare ruote di reggiano all’inizio negli anni 80, e adesso nel mercato di Miami ci sono almeno una dozzina di compagnie che lo fanno. Si sono evoluti anche gli chefs, Dove una volta si adeguavano a quello che c’era sul mercato, adesso invece pretendono un invecchiato 18 o 24 mesi e a volte addirittura un caseificio rispetto ad un altro.
    Esempi ce ne sarebbero a milioni da elencare.
    A proposito di Amazon. Io a novembre ho comprato un libro italiano in digitale, c’era pure la versione tradotta in inglese, però sono riuscito a comprare quella italiana. Farò qualche ricerca e ti riferisco .

    Ciao e buona giornata.

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  2. Grazie per questo post, era da tempo che meditavo di scriverne uno simile, ma per fortuna ci sei tu, che dai voce ai miei pensieri e mi togli dall’incombenza di scriverlo io!
    Anche qui in Australia c’è moltissima concorrenza, e l’ho notato di recente anche a Londra e a New York. Se vuoi emergere devi innovare e assomigliare ad un locale alla moda di Milano o Roma. Con “alla moda” intendo: un posto di cui si parla, in cui si dice che si mangia bene, da cui la gente esce con il palato e la vista soddisfatti.
    La nostra provincialità italiana però non ci permette di apprezzare l’innovazione e neanche la storia che certi piatti hanno fatto per arrivare nelle nostre tavole.
    Mi trovo spesso ad avere a che fare con italiani di seconda e terza generazione che non riescono a collegare la cucina (e la cultura in generale) povera e fortemente locale o regionale dei loro nonni con la vulgata dei ristoranti famosi nelle città turistiche italiane.
    Si trovano sempre un po’ a disagio nel non riuscire a capire che non esiste un’unica Italia e che le differenze non sono solo geografiche ma anche storiche.
    Quando i nostri governanti (in Italia) provano a metterci una pezza, invece di provare a ristabilire una coscienza culturale e storica, sembrano dei dittatorelli ignoranti ed incapaci dediti al protezionismo. (Vedi il divieto ai kebabbari, ai panifici di vendere alla notte…)
    Sono una grande ottimista, ed adoro l’Italia. Fosse per me tornerei domani, anzi, stasera.
    Ma ogni volta rimango sconcertata dall’involuzione culturale, che guarda e rubacchia altrove, senza valorizzare il proprio.
    Un abbraccio, è sempre un piacere leggerti! (E grazie per il consiglio del libro. Io uso Kobo e l’ho impostato in italiano, riesco quindi ad acquistare tutti i libri elettronici in lingua italiana senza problemi, prova!)

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