Eccomi qua. Scrivo il mio primo post ispirata da una giornata decisamente storta ma sostenuta dall’entusiasmo del mio promesso. Lui vive negli Stati Uniti, e il fuso orario spesso non ci permette di sentirci come e quanto vorremmo. Ma siamo fortunati perchè i suoi orari di lavoro spesso ci vengono in aiuto.
Come stamattina.
Vengo svegliata dai monelli alle 7, proprio la mattina in cui il terribile raffreddore che mi affligge da quattro giorni mi dà un pò di tregua. Il nanerottolo beve il succo di frutta e lo rigurgita sul mio letto. Con me dentro. Sua sorella comincia a piroettare sul suo palco immaginario permanente e roteando lo prende a ceffoni, non esattamente inavvertitamente, lui piange inerme e prende la sua chitarra elettrica giocattolo, lei gliela scippa e dà inizio ad un assolo degno dei migliori AC/DC ballando stavolta in stile Flashdance. Il pulsante delle melodie sforna heavy metal a ripetizione, il fracasso è insopportabile. Mia sorella è nervosa per il risveglio antelucano e per la ripresa lavorativa, nostra madre idem perchè febbricitante e quando sta male non tollera nulla. Infatti quando le faccio notare che il frigo perde acqua mi guarda disgustata dalla mia incapacità di iniziativa e mi intima di spostare il barattolo delle alici sotto sale che staziona lì dentro da almeno un anno, sotto il quale scopro un laghetto.
Arriva un messaggio dalla mia isola felice: sta studiando nel silenzio della notte e gli manco.
Improvvisamente bramo la mia tranquilla solitudine, lontana da nipoti, gatti, confusione. Certo, lontana anche da lui. Per fortuna oggi tornerò a casa nostra, da cui però lui manca da più di un anno.
Sei ore dopo, trascorse tra scatole di giochi rovesciate a ripetizione, tricicli sfreccianti nei corridoi, gatti spaventati che scappano rincorsi da manine cicciottelle, sono all’aeroporto. Piccolo, silenzioso e ordinato. Sono straniata, abituata a quello caotico della Capitale. I bagni sono puliti e odorano di candeggina, non si sente vociare, i pochi passeggeri in transito sono educati e rispettosi delle file. Il check in è puntuale e rapidissimo, il volo parte in perfetto orario e atterra con dieci minuti di anticipo.
Poi, sono nella Capitale.
Il treno dall’aeroporto parte puntuale ma è strapieno. La settimana è critica, tra i rientri dalle vacanze di Pasqua e i pellegrini in arrivo per la beatificazione del Papa. Sono in piedi, mi sistemo tra valigie non mie davanti alla porta automatica che secondo i miei calcoli dovrebbe restar chiusa fino alla mia destinazione.
Ad ogni fermata salgono persone, il treno è sempre più gremito. Una donna polacca, che ho deciso essere polacca per via di una collana con crocifisso, mi spintona e si insinua tra me e i bagagli cercando di guadagnare la porta, incastrandosi tra me e il sostegno; per fortuna il marito ha più pudore e si ferma dietro di me.
Il cielo nel frattempo è sempre più nero.
Scendo alla fermata riuscendo a dribblare le valigie ai miei piedi, ma battuta sul tempo dalla polacca. L’altoparlante annuncia il ritardo della mia coincidenza. Una signora sbraita che aspetta da quasi un’ora, hanno soppresso delle corse.
Inizia a piovere.
Dapprima è una pioggerella sottile. Un gentiluomo alla mia destra si sposta alla mia sinistra per far sì che fossi io la più esposta alle intemperie, ha una spilletta con scritto Flight care. Mi indigno per la sua scortesia e mi sposto sulle scale, idea che in breve avremo in molti, e per fortuna gli ultimi avventori mi ripareranno dalla furia del tempo. Lo scroscio aumenta, i lampi sembrano caderci accanto. Siamo al riparo dalla pioggia ma l’acqua che si infrange sui corrimano e sulle pensiline si trasforma in una leggera nebulizzazione che mi ricorda la stazione Atocha, peccato che stavolta le piante da innaffiare siamo noi. Il treno arriva lentissimo. In effetti è un convoglio vecchio e pesante, di solito transita su altre tratte.
Due porte sono bloccate, entro dal primo vagone e scavalcando persone e borse riesco a sistemarmi in un posto comodo, anche se per tutto il percorso dovrò indicare a gesti a chi cerca di aprirla che la porta è rotta e deve salire altrove.
La pioggia continua a scrosciare violenta, una volta scesa mi copro alla bell’e meglio con il mio giacchino pregando tra me e me che non mi abbiano rubato la macchina. Una volta ho trovato una ruota a terra, un’altra avevano preso lo specchietto retrovisore sinistro. Per fortuna è al suo posto.
La strada di accesso a casa è completamente invasa di fango. Le piogge di questi giorni hanno letteralmente sciolto la collina di argilla e tutta la terra si è riversata sulla carreggiata. Ma c’è qualcos’altro che potrebbe ancora capitarmi?

Entro in casa e quasi mi stupisco che sia tutto a posto. Mi stupisco del silenzio. Vivere in campagna avrà i suo indubbi vantaggi, no? Trovo un messaggio in segreteria del mio lui, che pensiero dolce ha avuto per me. Un meraviglioso bentornata a casa. Apro la finestra e mi fermo ad ascoltare il rumore della pioggia sull’erba.
E poi, improvvisamente, mi accorgo: il raffreddore è sparito.
Che fosse allergia ai gatti??

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