Giornata di sciopero del trasporto pubblico. Esco da scuola e vedo passare un autobus, nemmeno troppo pieno, mi dico “ah vedi, allora qualcosa passa!”. In realtà attendo più di mezz’ora alla fermata affollata, tra persone composte e pazienti che come me fanno la spola tra le due vie adiacenti per vedere da quale traversa sbucherà il tanto agognato autobus. E quando finalmente riesco ad agguantarlo, mi ritrovo pressata nella calca dell’ora di punta.
La filippina alle mie spalle, poverina, alta la metà di me e degli altri passeggeri, stenta a respirare, anche a causa del calore sprigionato dal vano motore posteriore. La romena davanti a me è corpulenta, e non riesce a girarsi per aggrapparsi al sostegno. Gli ultimi due fortunati che hanno guadagnato il posto sul carro bestiame, ad ogni fermata si schiacciano contro le porte per non farle aprire, e la povera filippina soffoca sempre più.
Osservo le persone intorno a me, non c’è nessuno che si lamenti o che inveisca contro lo sciopero.
Eppure, penso, ormai è un privilegio.
Nessun giovane ha questa possibilità. Al di sotto dei 30 anni son tutti contratti a tempo determinato, e con la spada di Damocle del mancato rinnovo col cavolo che ti metti a scioperare, anche io all’epoca ho fatto la crumira. Chi come me è libero professionista non sciopera, e contro chi, d’altronde? Conto quanti dei miei amici hanno un contratto a tempo indeterminato: uno nelle telecomunicazioni, due insegnanti, uno nella sanità pubblica, un operaio. Tutti gli altri sono ultratrentacinquenni precari o con partita iva, o mamme che hanno perso il treno del rientro nel mondo del lavoro. Perchè si deve ancora scegliere se fare carriera o fare un figlio, nel duemilaundici.
Chi è che ancora si trova così ben tutelato dai sindacati? Operai, insegnanti e autisti. Sono gli unici che possono arrecare un danno alla collettività – questo è l’obiettivo di uno sciopero – sospendendosi dal lavoro per manifestare la propria contrarietà. I medici, certo, ma vallo a trovare un medico o un infermiere strutturato con meno di quarant’anni.
E così i sindacati si trovano a difendere sempre le stesse categorie, da anni, perdendo il passo col mondo reale fatto di contratti a progetto, precarietà, mancanza di tutele, assenza di futuro. E la labile realtà lavorativa, mi chiedo, è il prodotto di insofferenza per gli anni di ipergarantismi aprioristici verso i lavoratori o di cecità dei sindacalisti fermi a quarant’anni fa?
Nessuno, ripeto, era arrabbiato oggi. Ma non ho potuto fare a meno di pensare che questi scioperi indetti sempre di venerdì puzzano come il pesce vecchio (oggi è caduto di lunedì perchè a seguire la festività del 2 giugno dava troppo nell’occhio?); che i corporativismi sono stati svuotati di significato dalle categorie stesse, ripiegate su se stesse; che “magnamo pure noi, tanto magnano tutti”; che ci si lamenta dei giovani individualisti rammolliti che non protestano e non scendono in piazza e fanno i bamboccioni a casa dei genitori, loro sì che hanno la pensione e i contributi versati e la casa al mare e hanno fatto tre figli perchè allora il lavoro c’era… Insomma, il disagio che l’autista oggi mi ha arrecato, ritardando il mio rientro a casa, lo tollero in virtù della solidarietà tra lavoratori, ma alla fine si solidarizza sempre con gli stessi e noialtri ce la prendiamo…
…uh che fortuna, la metro non sciopera!

Annunci