Autorevolezza

Al mio arrivo in Florida siamo stati graziati da due giorni di riposo concessi al mio promesso dal suo boss, e abbiamo così goduto di una piccola luna di miele dopo cinque mesi di assenza.
Sabato ero praticamente in coma, dopo undici ore di volo.

Nassau dall’oblò

All’immigrazione ci sono voluti pochi minuti, e per fortuna neanche stavolta ho dovuto subire nuovamente l’interrogatorio di terzo grado di due anni fa. Anzi, sono stata accolta da un freddo ma per me significativo Welcome.
Domenica siamo andati in spiaggia qui

un posto molto bello e molto tranquillo immerso nella natura. Era la prima volta che lo vedevo così affollato, forse di domenica non ci era mai capitato di andarci, e contrariamente alle spiagge italiane, nonostante la forte presenza di latinos a queste latitudini, non si udivano urla, né di bimbi né di mamme.

Ad un certo punto una mamma si alza e al limite dell’acqua dice al figlio: “Jeremy, time is up!
E Jeremy è uscito.

Jeremy-è-uscito.

Non so se avete capito: vi immaginate se fosse successo sulle spiagge italiche? A quale braccio di ferro avremmo assistito tra madre e figlio? Quante minacce? Quante proteste?

Non sono madre ma mi chiedo, come si diventa così fantasticamente autorevoli?

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0 pensieri su “Autorevolezza

  1. Jeremy è uscito dall'acqua col sorriso sulle labbra e senza fare un frigno. L'autorevolezza era nell'educazione data dalla mamma a questo bimbo, che passava anche dal tono della voce. Evidentemente la loro relazione non è un continuo braccio di ferro per vedere chi la spunta: Jeremy fa il bagno felice con i suoi amichetti ma quando la mamma gli dice che è ora di uscire lui non fa una piega.Sei giovane Emy ma son sicura che ci hai fatto caso: in Italia i bimbi urlano e si oppongono e le mamme appresso a loro. Non chiedermi perchè, non ne ho idea. Dovrei fare uno studio transculturale. Un bacio!

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  2. uhm in effetti hai ragione, urla, strepiti e minacce sono all'ordine del giorno per noi, mi piacerebbe avere quell'autorevolezza, ma pensa che mia suocera nei confronti dei miei figli ce l'ha, sarà perchè è stata una maestra elementare?? è sempre un piacere vedere diversi stili di educazione, e mi raccomando se fai lo studio transculturale non mancare di raccontarcelo 😉

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  3. Le ipotesi (quelle teoriche che ho appreso dai libri dei miei “autori sacri” (J. Juul, T. Gorgon, M. Rosenberg, e C. Gonzales, tanto per capirci) e di cui ho visto riscontro suggeriscono alcune cose che permettono di avere buoni risultati per tutte le parti coinvolte e altre che danno garanzia di fallimenti. In concreto: si erano spiegati prima 🙂 “patti chiari, nessuna sorpresa”. Nel mio caso ho spiegato a mia figlia che quando i polpastrelli si gonfiano è ora di uscire perchè …. …. … La spiegazione va modulata per età e deve essere comprensibile, chiara, soprattutto convincente e condivisibile, così il bambino si sente coinvolto, si sente preso in considerazione, capisce soprattutto, e un domani è autonomo su quel comportamento (escludiamo l'adolescenza, eh!). Funziona (per ora!): la chiamo, lei esegue. Non funziona il ricatto, non funzionano forme collaterali di ricatto (premio o punizione se …). Non funziona se io sono poco convinta. L'altro giorno dopo il playgroup mi sono fermata a parlare con una mamma, lei e l'altro bimbo giocavano come pazzi vicino a noi. Siccome erano stanchi a un certo punto ci siamo preoccupate perchè abbiamo colto il momento in cui è un secondo cadere e farsi male e abbiamo dichiarato “bambini ora basta giocare: ANDIAMO”. In realtà però abbiamo preteso che loro smettessero di giocare quando noi continuavamo a parlare. Se dici “Andiamo!” poi devi andare! :)La nostra incoerenza è stata colta e loro dopo poco hanno continuato. A quel punto poi siccome erano molto molto stanchi e agitati e dovevano scaricare parecchie energie avremmo dovuto investire molto tempo nell'attirare l'attenzione e convincerli che erano stanchi 😉 e spiegare che si poteva restare ma facendo giochi più tranquilli. Siccome noi eravamo impegnate in una conversazione piuttosto delicata, questo era impossibile. Quindi in quel caso bisognava andare via punto, o accettare il rischio che cadessero. Sapendolo nessuna di noi ha sgridato o ricattato (“se non vieni dopo…” ) ma semplicemente abbiamo finito in fretta di parlare e poi li abbiamo richiamati e siamo andate. Se dici infatti “smetti di fare quella cosa senza” devi dare una spiegazione comprensibile per il cambio di rotta (se no: perchè fino a due minuti fa sì e dopo no? un bambino specie piccolo non accetterà mai un “ora sei stanco – arbitrario! – potresti farti male – dose di sfiducia extra! -“), in cui spieghi per esempio il pericolo e lo rendi consapevole per momenti futuri in cui tu non ci sei, condividi la tua paura “Non farlo, ho paura che … ” Senza esser paranoici però (quando vedo certe persone ai giardinetti ho l'ansia! impediscono ai bambini di giocare persino con le attrezzature dedicate loro). Se il messaggio è coerente, chiaro, condivisibile funziona, se no no. E' proprio corretto parlare di autorevolezza, hai ragione, il fulcro è tutto lì. 🙂

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