E’ due giorni che ci penso. Da bambina mi piaceva tantissimo andare a messa, cantare e pregare in coro. C’era questa dimensione collettiva che mi faceva sentire parte di una comunità, anche se poi quando mi confessavo raccontavo sempre le solite cavolate e le cose grosse me le tenevo per me, che tanto Lui lo sapeva già quello che avevo combinato. Fatta la Comunione ho cominciato a soffrire la sveglia domenicale, finché un episodio, per me all’epoca così integerrima, mi allontanò definitivamente dalla grazia di Dio: un prete amico di famiglia venne a trovare mio padre a casa. Entrai in salotto mentre loro parlavano e lo vidi con una sigaretta in mano e un cicchetto nell’altra. ORRORE. Ha dei vizi, commette peccato! E perché predicano bene e razzolano male? (Sì lo so ero molto acuta vero?).
Ho trascorso la mia vita adolescenziale ed adulta praticamente da agnostica. Poi, nel periodo della separazione, quando ho sentito il terreno aprirsi sotto i miei piedi, mi sono chiesta, come tanti: perché proprio a me?
Ne ho parlato con Narcisa, che invece è supermegaipercattolicissima, e mi ha risposto che Dio ci dà delle sofferenze che è sicuro noi siamo in grado di sopportare.
Non è che mi abbia proprio convinta, eh. A parte l’antidemocraticità della questione – ma va da sè che c’è poco di democratico se lui è il mio unico Dio e non altri al di fuori di lui – la risposta comunque lascia fuori i soliti quesiti di tutti gli atei et similia: perché i bambini dovrebbero meritare delle sofferenze? Che dio misericordioso è quello che li lascia ammalare, morire, o subire delle violenze?
Poi è successo che al matrimonio in cui ho conosciuto il mio promesso, ma lui mi era ancora ignoto, ho ascoltato una omelia meravigliosa. Parlava di amore, e non in modo banale, né di amor sacro. Erano parole sentite, vere. Ho avuto un tuffo al cuore, mi sono davvero emozionata. E poi quattro ore dopo un tipo strano si è infilato nella mia vita sgretolando ogni certezza.
Lui crede in Dio e non si pone domande ai dogmi e alle tautologie della fede. Le accetta per quello che sono. E rispetta le mie posizioni.

Un giorno siamo andati alla tomba di papa Woijtila. Già solo per arrivarci è stata una via crucis, una fila incredibile, i metal detector… Una volta lì ci posizioniamo di lato, dietro al cordone che avevano tirato. Mi prende per mano e si mette a pregare, tra sé. Ho sentito una scarica. Una sensazione fortissima. Non so dire cosa fosse, ma mi ha percorso tutto il corpo. Sono rimasta un po’ frastornata, tra gente che sfilava velocemente, scattava foto, pregava inginocchiata a terra, baciava il feretro.
La mia vita non è cambiata, la mia s-fede nemmeno. Forse ho un pò ammorbidito le mie posizioni, forse sto solo invecchiando, non saprei. Comunque sono una persona che si fa delle domande, aspettando risposte. Che prima o poi arrivano.

Due giorni fa leggo da due fonti diverse sostanzialmente lo stesso concetto:

la teoria di mia madre è che se una cosa che desideri moltissimo non ti succede, che ne sai che scarogna ti portava se ce l’ avevi.

Ecco, ho pensato. Se anche non è giusto, non può applicarsi a tutte le situazioni, e sembra un po’ consolamose co l’ajetto, forse però questo è il tipo di risposta che chi crede in Dio si dà quando le cose vanno male e quando la sua fede vacilla. Affidarsi significa questo, in fin dei conti, accettare la lungimiranza di chi ti protegge anche se apparentemente ti sta togliendo qualcosa: c’è invece un bene superiore, al momento invisibile, che comprenderai solo in un secondo momento.

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