Ci sono persone che vanno in cerca dei loro Buddha, come si dice in questo bel post. Ecco, a me succede esattamente il contrario. Ho la capacità di assorbire immediatamente le energie negative delle persone. Mi capita spessissimo di incontrare qualcuno ed iniziare a sentirmi tesa, sento emozioni negative come rabbia o tristezza. In parte è un inconveniente del mestiere, altrimenti non potrei esercitare la professione; ma fondamentalmente è un’indole che si è affinata con il tempo e con il lavoro.
Quando ero più giovane e agli inizi della carriera universitaria iniziai a frequentare una ragazza. Ogni volta che ci vedevamo mi sentivo a disagio, tesa, col batticuore. Attribuivo questi stati d’animo al mio senso di inferiorità verso di lei: era più ricca, aveva un cavallo, un attico molto bello, faceva cose più interessanti di quelle che potevo fare io, mi concedeva la sua amicizia!, tanto che un giorno mi disse parlando di un mio grande amico: Ma tu e tua sorella che ci trovate in quello così… sempliciotto? Lei però non è che se la tirasse. Diciamo piuttosto che non era mai rilassata. Ed io nemmeno.
Poi un giorno capii che questo era esattamente ciò che lei trasmetteva di sé, ed io rispondevo adeguandomi a quella modalità di relazione. Da quel momento mi ritrovai ad essere più serena con lei, non avvertivo più quella stretta allo stomaco, e il nostro rapporto si stabilì su un piano più paritario. Ma lei era fatta così, aveva bisogno di avere sempre l’attenzione su di sé. E guai a contraddirla.
Per i suoi trent’anni organizzò la festa di compleanno nella sua meravigliosa casa di campagna. Tanti invitati, come sempre, tra i quali la nostra prima amica ad aver avuto una bimba. Inevitabilmente eravamo tutti intorno alla piccola, che era uno spettacolo di bambolotta. Ad un certo punto la mia amica esclama: Ma insomma, siete qui per festeggiare me!!!
L’episodio che ha chiuso la nostra decennale amicizia è stato cinque anni fa, anche se sporadicamente ancora ci sentiamo.
Mi chiama per propormi una domenica al lago, con mariti, cani, e un paio di suoi amici. Le dico che non ero sicura di voler andare, che ci saremmo sentite la mattina dopo. La mattina dopo ci svegliammo tardi, la buonanima ed io, e non la chiamai.
Lo feci nel pomeriggio, chiedendole come fosse andata la gita. Lei mi aggredì incavolatissima, mi disse che non erano andati per colpa mia che non l’avevo avvertita, che ero stata scorretta. Esplosi. Le dissi che ero stufa delle sue pretese, che il mondo non gira intorno a lei e che non poteva attribuirmi delle colpe che non avevo, non aveva chiamato nemmeno lei e poi ci sarebbero state altre persone alla sua corte. Rimase stupita dalla mia alzata di testa. Non ci sentimmo per un paio d’anni, poi quando mi richiamò per prima cosa buttò lì senza rancore, ma sottolineando che non aveva dimenticato, le mie parole.
Ogni tanto, dicevo, mi telefona. Lo fa solo per sapere se mi ricordo ancora di lei, sostanzialmente. Mi chiede come vadano le cose, per esercitare il suo controllo, ma se faccio la stessa domanda a lei risponde evasivamente: Così. Magari ti racconterò.

I sentimenti che capto più velocemente sono la rabbia e l’aggressività passiva, e la seconda proprio non la sopporto. E’ meschina, vigliacca, invisibile.
C’è un collega/amico che disistimo. Lavora male, di fretta, spesso la sua modalità superficiale ricade su noialtre (sì, son sempre loro). Non mi è simpatico e lui lo sa. E’ un manipolatore.
Un giorno avevamo discusso per non mi ricordo cosa, forse aveva dato buca, o forse non mi aveva avvertita di un appuntamento, ora non ricordo. Ce ne diciamo un pò per telefono, poi attacchiamo. Dopo un pò mi arriva un messaggio che però non era per me, ma per l’altra collega. O meglio, lui lo ha mandato a me fingendo di sbagliarsi, ma per dirmi in realtà che poteva farmi fuori dal triangolo lavorativo (che infatti come tutti i triangoli, non funziona).

L’ultima è una chicca, sulla quale gravano le mie piene responsabilità ma non ne potevo davvero più.
Avevo un’amica la cui rigidità era a trecentosessanta gradi, tanto che in tre anni non ho mai avuto il suo numero di telefono. Evidentemente attiro persone strane, che devo dire.
Ponte del primo maggio, anno domini 2010. Quattro sue amiche di Milano in vacanza a Roma. I primi due giorni organizza loro gli itinerari di visita alla città con tempi che manco i giapponesi, e guai a sforare. Per il terzo giorno, mare. Sarei andata con loro, anche se stavo sottantreno: il mio promesso era partito a gennaio per gli Stati Uniti ed era tornato a Pasqua per una sola settimana. Era ripartito da appena un mese. Mi mancava infinitamente, stavo proprio male.
La mattina dopo mi chiama alle sette.
Ore sette.
A casa mia il cellulare prende praticamente solo in un punto, ma ora ne ho comprato uno migliore perciò sono dovuta scendere dal piano di sopra per rispondere. “SECCA!!!!” Urla. Lei chiama tutti così, secco e secca. “Allora? Andiamo?” Urla. “Ma sono le sette… Vabbè, faccio colazione e ci sentiamo tra un pò.”
Richiama alle sette e un quarto. “Allora?? – urla – Si va??
Senti, secca. Mi hai tirata giù dal letto. E’ domenica. E’ primo maggio, non è luglio che fa caldo pure alle otto, al mare se puzzamo de freddo. Mi è salito un nervoso, ma un nervoso… No guarda, non vengo. Sto male, resto a casa.
Non mi ha più cercata. Ha detto ad un’amica comune che si è legata al dito quell’episodio, e ora mi odia al punto tale che se questa amica vuole vederci deve organizzare due cene, perchè secca non mi vuole allo stesso tavolo. E quella gli dà pure retta.

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