Sto leggendo un libro molto bello, che è rimasto sullo scaffale della libreria per più di un anno e poi un mese fa mi ha chiamata invitandomi ad aprirlo.
Ogni giorno mi rapisce. Parla di dolore, di rinascita, di ricerca di sé e di spiritualità. L’ho comprato perché ha avuto un grande successo anche grazie al film, che non ho visto, ma i best seller non mi attirano mai più di tanto. Ho iniziato a leggerlo distrattamente dopo aver scoperto che il Luca Spaghetti di cui si racconta è il figlio di quella che è stata la mia catechista. Pensavo di trovare i soliti stereotipi sull’Italia, e invece è davvero bello, emozionante, commovente. Vorrei rileggerlo in inglese.

Il karma è un concetto che mi è sempre piaciuto. […] La constatazione, cioè, che anche nel tempo di una sola vita siamo portati a ripetere con una frequenza impressionante gli stessi errori, battendo la testa contro le stesse vecchie dipendenze e pulsioni, provocando le stesse disgraziatissime conseguenze, finchè non riusciamo alla fine a fermarci e a guarire. Questa è la lezione fondamentale del Karma (e d’altra parte anche della psicologia occidentale): affronta i problemi ora, altrimenti dovrai soffrire in futuro quando ripeterai gli stessi sbagli. Ed è il perpetuarsi della sofferenza che si chiama “inferno”. Lasciare il meccanismo della ripetizione all’infinito per un nuovo livello di comprensione significa aver trovato il paradiso.

Oggi ero con testa, occhi e cuore nel misticismo yogico, avvolta dal racconto affascinante della meditazione e delle spire tortuose dell’anima. Scendo dal treno e vedo dei piedi scalzi. Faccio un salto. Alzo gli occhi e sopra quei piedi nudi c’era un saio, di iuta!, e si dirigeva verso il vagone. Cerco il viso, mi soffermo sul cordone bianco, grosso, che stringe il saio color sabbia in vita, poi mi rassicuro: non è un pazzo, il volto e la barba sono curati, puliti. E’ giovane.
E’ un frate.

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