Tornata da lezione ho aperto facebook e controllato la posta, e ho trovato un bel po’ di sorprese. Innanzitutto notizie meravigliose della mia amica belga: la polpettina e’ femmina!, e sara’ dolce e tenace come sua mamma, che ha faticato tanto per averla e alla fine e’ arrivata inattesa. Poi un post di Nina, molto molto bello, che ho deciso di condividere su facebook introdotto da uno stralcio delle sue parole. Ho scelto queste:

[…] quando una fredda diagnosi decreta che questa funzione primaria non può essere assolta dalla coppia, conta poco di chi sia la causa. La sfida da quel momento sarà enorme. La vita di coppia ha un percorso che si svolge, identico nelle funzioni principali, da quando esiste l’uomo. Donne e uomini come noi sono la frattura, la crepa. Quel che stiamo facendo è riconquistarci uno spazio. Ma farlo richiede fatica e dubbi e confusione perché il percorso non è tracciato, perché l’essere umano, privato delle sue certezze biologiche, certezze che lo definiscono e lo strutturano dalla notte dei tempi, perde consistenza e determinazione. Perde l’obiettivo, lo scopo, come l’atleta squalificato che non può prendere parte alla gara che si svolge in campo, ma è costretto a restare seduto, in panchina e guardare gli altri misurarsi con i propri limiti, mettersi in gioco per superarli e conquistare i loro sogni. Forse poi per un uomo questo aspetto è ancora più avvilente per le ragioni di cui sopra.

Nella mia quinta casella di posta ho poi trovato un’altra sorpresa, stavolta dolce e piccante, e mi sono tuffata a leggerla senza rendermi assolutamente conto che nel frattempo, su facebook, si-era-scatenato-il-panico, anche a causa di un paio di commenti al link di cui sopra, evidentemente troppo sintetici proprio perche’ immersa in una lettura ben piu’ piacevole.
Tre persone, tra cui l’amica di cui lamentavo l’assenza, mi hanno chiesto allarmate il perche’ di quelle parole; una delle tre era preoccupata che i suoi commenti potessero avermi ferita e mi ha scritto in privato per scusarsi della sua inopportunita’. Stupita del fatto che nessuno dei tre avesse aperto il link per capire meglio, e decisa a prevenire ulteriori invasioni, annuncio urbi et orbi lo stato


  1. L’angolo Di Lucy
    Ehi amici va tutto bene!! 🙂 Ma che carini che siete!! ♥

Ora, questo post potrebbe prendere una piega diversa, ma non e’ della solidarieta’ che voglio parlare. La cosa che mi ha colpita e’ che le tre questioni – polpettina, infertilita’ e piccante – hanno in comune l’eta’.

Stavo leggendo la golosa storia dal risvolto dolceamaro di un’amica preoccupata che i suoi -anta potessero non affascinare un uomo piu’ giovane di lei, e contemporaneamente la persona che mi scriveva in privato rivendicava la liberta’ di decidere di non avere figli nonostante i suoi trentacinque. E la mamma della polpettina e’ una trentanovenne che pensava di aver definitivamente perso il biglietto vincente della lotteria.
A me l’orologio biologico e’ scattato ai trenta. Forse ventinove, va’. Per tutta la lunghezza del mio tunnel (al punto 6 la migliore sintesi) ho vissuto veramente male il fatto che non fossi ancora madre, e mentre le mie coetanee entravano in una nuova fase della vita io mi sentivo ancora figlia, una sensazione che volevo scrollarmi di dosso. Nello stesso periodo riflettevo anche sul fatto che mia madre mi partori’ a ventinove anni, e credo che le due cose – il rapporto tra l’eta’ della propria madre al momento della propria nascita e il ding! del proprio orologio biologico – abbiano una correlazione, suffragata dal fatto che Amica e’ stata partorita a quarant’anni passati e lei vede ancora del tempo davanti a se’.

Ma ricordavo anche, negli anni del tunnel, che quando ero bambina ed ero alle elementari, mi vergognavo dell’eta’ di mia madre: era poco piu’ grande delle altre mamme – eccezione fatta per una che lo era parecchio di piu’ – ma a me sembrava tantissimo, e facevo fatica a parlarne con le amichette. Una volta cresciuta ho capito quando si dice che i bambini respirano anche il non verbale, il non detto, le emozioni dei genitori: mia madre mi confesso’ che si sentiva vecchia a quell’eta’. Ecco spiegato il perche’ del mio imbarazzo: lo avevo semplicemente fatto mio, era entrato nel mio dna e aveva pervaso tutto il resto. E cosi’ anche io intorno ai trenta ho messo in atto lo stesso copione di imbarazzo, rafforzato dal senso di inefficacia per il non riuscire ad essere madre, e chissa’ se era lo stesso suo, non gliel’ho mai chiesto.
D’altronde il motto imposto alle donne, socialmente condiviso, e’ o non e’ Forever young?

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