Abbiamo visto una puntata di The Layover ambientata a Napoli – e New York, per parlare di ragu’, pizza e tradizioni partenopee importate nella Grande Mela. La prima cosa che ci ha colpiti e’ stata la scelta dell’immagine da attribuire a Napoli. Per la prima volta vedo un programma in cui non riprendono il salotto buono della citta’, ma il caos e l’assenza di regole che effettivamente la contraddistinguono. Anthony Bourdain zigzagava nei vicoli di Napoli su una Vespa tra motorini parcheggiati in mezzo alla strada, cumuli di spazzatura, macchine che camminano contromano, artisti di strada urlanti. E per la prima volta sento nominare la Camorra, cosi’, fuori dai denti, per spiegare la situazione della mancata raccolta dei rifiuti.
Poi intervista un giovane chef, un po’ folle, come folli e creativi sono gli chef, che mentre prepara una meraviglia di piatto racconta di aver lavorato in Francia per Alain Ducasse, il quale lo avrebbe voluto con se’ ma lui ha declinato l’invito e ha preferito tornare a casa sua, a Napoli.

Certamente non e’ da tutti decidere di vivere all’estero rinunciando a famiglia, affetti e cultura, e rispetto la scelta di chi opta per una fama magari meno brillante, ma nostrana. Pero’ My ha fatto una riflessione, che credo si possa condividere. Sostiene che un italiano all’estero difficilmente riuscira’ a godere di tutele lavorative e di orari flessibili cosi’ come in Italia. E so che questa affermazione puo’ sembrare uno strale avvelenato in un momento storico in cui di tutele lavorative in Italia ce ne sono veramente poche. Ma, almeno in Florida, le otto ore di lavoro sono spesso un’eccezione. My lavora per dieci, dodici, a volte quattordici ore, e non e’ considerato straordinario se la sua scheda oraria riporta 10-24. E non so se accade solo nella ristorazione, ma gli stereotipi raccontano che solo i giapponesi lavorano piu’ degli americani.

Percio’ a volte sorrido, piu’ spesso mi irrito, quando leggo di battaglie italiane contro i negozi aperti alla domenica, la dura vita delle commesse con turni massacranti che non possono passare una domenica in famiglia. Ogni volta rispondo che quando intorno al 2000 lavoravo per Telecom o Vodafone, ed ero una sfigatissima operatrice telefonica con contratto co.co.co., avevamo turni di sei ore tra le otto di mattina e l’una di notte, mentre altri schiavi moderni ricoprivano la fascia notturna 01/08. Festivi compresi. Ho lavorato a Natale, Capodanno e Ferragosto, quando gli amici andavano al mare o la famiglia si riuniva per il cenone. E non era cosi’ necessario essere li’. Mettiamo che vi si sia scassato il telefono il 23 dicembre, e chiamate il 187. L’operatrice raccoglie la vostra chiamata e segnala il guasto, ma la cosa ridicola e’ che i tecnici, un tantino piu’ utili del front office, lavorano solo i giorni feriali dalle 8 alle 18, quindi il vostro bel telefono non verra’ riparato prima del giorno 30, se vi andra’ bene. E tralasciamo il fatto che dalle 21 in poi di qualsiasi giorno lavorativo le operatrici telefoniche rispondono solo a chiamate di schifosi maniaci che dicono cose irripetibili. Ma non ho mai pensato che fosse una battaglia da sostenere, se le aziende mantengono questo servizio evidentemente e’ perche’ c’e’ un profitto, il lavoro e’ lavoro e non sputo nel piatto dove mangio (anche se mi paghi un cavolo).

Percio’ quando ci lamentiamo che il nostro e’ un paese arretrato, che non siamo al passo coi tempi, che le aziende scelgono di delocalizzare e appaltare i servizi in Cina, ecco, forse bisogna cercare di allargare i propri orizzonti e non fermarsi al proprio orticello. A volte sembriamo il giapponese che non sapeva che il Vietnam era finito da un pezzo.

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