“Sono cresciuta curiosa nei confronti del mondo, delle persone e consapevole che ‘there’s no place like home‘. Ho iniziato ad esplorare realtà lontane da casa nell’estate della seconda media, quando mia madre mi iscrisse alla Scuola di Vela della Lega Navale Italiana. Sono talmente contenta dell’esperienza che per le tre estati successive scelgo di trascorrere un mese tra Amburgo e Monaco ospite di famiglie tedesche.”

Questa e’ la storia di Giulia, ventisette anni, medico e fan della Picci. Le ho chiesto se aveva voglia di scrivere un post sulla sua esperienza da exchange student in America, ed eccola qui. Ho trovato la sua storia interessantissima, soprattutto per le differenze con la nostra scuola superiore, e sono sicura che leggerla appassionera’ anche voi.

 

E’ fine agosto del 2001, sto per iniziare il terzo anno del liceo scientifico e mia madre mi chiede: “Ti piacerebbe fare il quarto anno del liceo negli Stati Uniti?”. Ci penso un po’ su: UN ANNO. Negli STATI UNITI. Perché no?
Accenno la questione ai professori a scuola. Alcuni sono favorevoli, altri mi rammentano che perdere il programma di quarta mi metterà in difficoltà per la maturità. Nonostante lo sconvolgente 11 settembre 2001, io sono determinata a partire. Ad ottobre contatto un’associazione e definiamo il tutto.

BUROCRAZIA
Se ricordo bene sia io che i miei genitori abbiamo sostenuto un colloquio preliminare con la responsabile dell’associazione; ho sostenuto un piccolo esame di inglese e successivamente hanno voluto prendere visione dei voti scolastici dei primi due anni (se avessi avuto qualche insufficienza a fine anno o fossi stata bocciata non sarebbe stato auspicabile partire).
Una volta giudicata idonea sono iniziate le vere pratiche burocratiche tra cui:

  • presentation letter scritta da me con allegate foto;
  • presentation letter scritta dai miei genitori;
  • recommendation letter scritta da almeno 2 professori;
  • scheda sanitaria compilata dal mio Medico di Base che accertasse:
    • stato di salute;
    • malattie dell’infanzia ed eventuali patologie;
    • vaccinazioni (per alcune, tipo l’antitetanica, ho dovuto fare il richiamo).

COSTI
Le spese che la mia famiglia ha sostenuto sono state così suddivise:

  • una parte relativa al viaggio aereo (biglietto con ritorno aperto), all’assicurazione sanitaria, ai costi dell’organizzazione italiana e americana che si è occupata delle pratiche – all’epoca circa 10 milioni di lire, comprensivi anche di 3 giorni a NY dove tutti gli exchange students italiani in partenza hanno visitato la citta’ e tenuto una serie di incontri preparatori;
  • una parte relativa agli extra in loco (quaderni, penne, vestiti, attività con amici, corsi extra – io ho continuato con la danza) – all’epoca circa 250/300 dollari al mese. La famiglia che ospita non riceve nessun compenso economico, la decisione è volontaria e deve garantire unicamente vitto e alloggio. Al resto delle spese decide la famiglia stessa se contribuire o meno;
  • visto annuale da studente.

HOST FAMILY
Quando una famiglia (che non è necessariamente formata da una coppia eterosessuale con figli) decide di diventare una host family si rivolge ad un’organizzazione che si occupa di capirne le caratteristiche. Questo per assicurare un match vincente (non sempre è così, io sono stata fortunata). Alcune regole base per il match comprendono religione, allergie, abitudini alimentari. Una volta giudicata idonea, la host family può avere accesso ai profili dei diversi studenti e in base alle caratteristiche del singolo, decide di ospitare il tal studente (spesso se ne possono ospitare due, preferibilmente dello stesso sesso e di diversa nazionalità). Anche lo studente può esprimere preferenze (per esempio di essere ospitato da una famiglia della stessa religione, oppure senza figli piccoli); io non avevo messo nessun tipo di preferenza e chiaramente questo mi ha dato molte più possibilità.

A gennaio arriva la lettera di conferma: la mia destinazione è Janesville, Wisconsin, dove la mia host family mi aspetta e non vede l’ora di conoscermi. Un misto di paura ed eccitazione mi accompagnano fino al momento della partenza: Cosa lascio? Cosa troverò?

COMINCIA IL VIAGGIO
Atterro a Madison uno degli ultimi giorni d’agosto. All’aeroporto la mia host family mi aspetta col cartello “Welcome Giulia”. La mia American Mom, L., e il mio American Dad, D., sono esattamente il prototipo di americani che mi aspetto: faccia buona e tutto di taglia extralarge – il sorriso, la macchina, il frigorifero.
Arrivo in quella che sarebbe stata la mia casa per i successivi dieci mesi e conosco M., la mia American Sister, 23 anni, adottata, e i miei American Brothers S., 22 anni, figlio naturale, e A. 21 anni, migliore amico di S. che vive con loro da 2 anni. La mia host family ha una mentalita’ decisamente aperta, e in piu’ ospita studenti stranieri da 5 anni.
Il giorno successivo mi accompagnano ad iscrivermi alla High School dove, oltre alle 3 materie obbligatorie – American Literature, American History e CAT (College Algebra and Trigonometry), sono libera di sceglierne altre 4. L’offerta formativa e’ la medesima in tutte le scuole. Non esistono Liceo Classico/Scientifico/Linguistico; ci si iscrive alla high school del proprio distretto e ciascuno studente sceglie le materie che preferisce con corsi annuali o semestrali. Ci sono classi di ogni tipo, compresi pottery, jewelry, parenting (una classe dove per l’esame finale ti affidano per una settimana un bambolotto computerizzato che registra se e quando lo allatti, se lo consoli quando piange etc). Io ho scelto Tedesco, che studiavo anche in Italia, Photography, Painting e International Food. Per la verità all’inizio, al posto di Pittura, scelgo Chimica, ma nel primo test scritto prendo D (che corrisponde ad un 5) per via delle difficoltà con le conversioni tra sistema delle customary units, che vige in America, e il sistema metrico decimale. Decido quindi di cambiare altrimenti avrei passato un anno terribile.
Il mio primo weekend americano coincide con il weekend del Labor Day (il primo lunedì di settembre) e mi portano in campeggio sul lago Michigan. Mi ricordo il senso di smarrimento/di “cosa ci faccio qui?” e “non capisco una mazza di quello che dicono” che mi hanno accompagnata per quei 3 lunghissimi giorni. Tornerò in campeggio sul lago Michigan esattamente 9 mesi dopo, nel weekend del Memorial Day (l’ultimo lunedì di maggio), e mi confronterò con una me decisamente diversa.

 

GIORNO DOPO GIORNO
Iniziano le lezioni e ci metto un po’ capire come funziona: la scuola è un edificio enorme che ospita 1800 studenti, il mio orario è uguale ogni giorno per tutti i 5 giorni, ma è diverso da quello di ogni altro studente, perciò sono io che devo cambiare aula.
I professori sono tutti molto gentili, se non capisco qualcosa sono pronti a rispiegarmela, cercano di coinvolgermi e farmi conoscere dai compagni. Non so se sia stato merito del mito italiano in America, ma in poche settimane vengo sommersa di attenzioni e domande (alcune anche imbarazzanti tipo “ce l’avete il telefono in Italia?”) e, nonostante un po’ di timidezza intrinseca potenziata da qualche oggettiva difficoltà linguistica, riesco a stringere molte amicizie. La più speciale, che continua anche oggi a distanza di 10 anni, è sicuramente quella con M., un’altra exchange student di nazionalità russa. Nonostante io sia circondata da persone nuove, tutte da scoprire, la nostalgia di casa inizia a mordere il cuore.
Per fortuna non ho molto tempo per pensare a quanto mi manca casa e i primi due mesi sono un susseguirsi di giornate piene. Arriva Halloween: sono entusiasta della mia zucca decorata, e mi ritrovo a girare per le case del quartiere con due ali da angelo dicendo: “Hi! I am an exchange student. In Italy we don’t celebrate Halloween. This is my very first time… So… Trick or treat?“.
Il mese dopo è già Thanksgiving e assaggio il mio primo tacchino ripieno.

 

In un attimo ecco Natale, sicuramente il momento più dolce-amaro dell’anno. E’ qui che sento la mancanza della mia famiglia italiana, ma capisco anche quanto è forte il legame che ho con loro. Realizzo il bene che mi vogliono, perché lasciare che la propria figlia a 17 anni stia lontana da casa per 10 mesi è un atto d’amore infinito, un modo per dire “il nido è qui e ci sarà sempre, ma lasciarti spiccare il volo con le tue piccole ali è la cosa giusta da fare”.
Natale è anche il momento del giro di boa; ricordo le parole della mia American Mom: “After Christmas time runs so fast you won’t even realize it“. E in effetti è così. In breve il gelido inverno (le temperature sono scese anche a -20°C) lascia spazio alla primavera e con lei arriva il celeberrimo Spring Break, le vacanze primaverili: io e la mia American Mom ce ne andiamo in un Resort in Messico per una settimana. Al mio ritorno capisco che il tempo che mi rimane prima del mio ritorno si riduce ad una manciata di giorni.
A scuola le cose vanno benissimo, ho una media alta, uno dei GPA – Grade Point Average – più alti della scuola: ammetto che è decisamente più semplice che in Italia, basta fare gli esercizi a casa e si hanno buoni voti. Però i professori non fanno sconti a nessuno, tanto meno a me: su questo gli Americani sono incorruttibili – e decisamente apprezzabili.
Ormai la mia timidezza è superata e a detta di molti il mio inglese “is very good with a lovely Italian accent”: spesso sono a casa di amici che cucino pasta alla carbonara o alla norma, oppure al cinema o a qualche festa. Passo anche molto tempo con la mia host family: cene fuori, spettacoli teatrali, musical, giochi di società, e tante chiacchiere. Generalmente le spese extra che riguardano attività di svago sono sostenute dalla host family stessa. Non è un obbligo, ma generalmente le famiglie tendono a contribuire a questo tipo di spesa, altrimenti rischia di crearsi un circolo vizioso per cui l’exchange student decide per esempio di non andare al cinema,non partecipando così alla vita di famiglia, isolandosi e risultando più un ospite che un membro attivo del nucleo familiare. A proposito di vita con la host family, la vera passione della mia è  il bowling, che ho onestamente detestato: a inizio anno mi comunicano “You’re on our bowling team!” e ogni maledetta domenica alle 6 partecipiamo al torneo a squadre dove io sono la quarta del team; quando a fine marzo, finito il winter tournament, mi annunciano “We are in the summer tournament!” mi è venuto da piangere!!!

Il momento piu’ magico è a fine maggio. Mi sembra di vivere in un telefilm quando per il Prom – il ballo di fine anno – vengo formalmente invitata da D., un compagno di classe, con cui poi avro’ una breve frequentazione. Per giorni e giorni, tra ragazze, non si parla altro che della scelta del vestito, delle scarpe, del trucco, dell’acconciatura, sembra quasi che si tratti di un matrimonio, e ne ho la conferma quando passiamo il pomeriggio, poche ore prima del ballo, a scattare qualcosa come 250 foto.
Arriva giugno: finisce la scuola, mi diplomo, sto per tornare a casa. Ed ecco che tornano quelle sensazioni, un misto di paura ed eccitazione: Cosa lascio? Cosa troverò?
Quando ripenso al giorno in cui sono tornata a casa, io, che di solito piango e mi commuovo, non riuscivo a trovare un solo motivo per cui potessero scendermi le lacrime. Ero felice. Felice di essere partita, di aver vissuto un anno così, di tornare. Felice dell’opportunità che avevo avuto, di come l’avevo sfruttata.

Quando sono tornata il legame con la mia famiglia si è ulteriormente rafforzato, in particolare è decisamente migliorato il rapporto con mia sorella, forse perché ci siamo mancate, forse perché abbiamo imparato ad accettarci nella nostra diversità.
Certe amicizie si sono rotte, altre hanno acquistato un valore diverso.
Con la mia host family ci sentiamo regolarmente via mail almeno 3-4 volte all’anno e nel 2009 sono tornata a trovarli, con grande gioia.
In sintesi penso che sia stata un’ottima esperienza formativa, sia dal punto di vista umano, sia per l’apprendimento di una lingua straniera (aspetto da non banalizzare perché ammetto che mi è sempre tornato utile essere “quella che sa bene l’inglese”).
Ho sicuramente vissuto un anno intenso, unico e, nel bene e nel male, bellissimo.
A posteriori posso dire che è stato l’ultimo anno prima della maturità, intesa sia dal punto di vista legale (ho compiuto i fatidici 18 anni), sia dal punto di vista “dell’innocenza dell’animo” – io la chiamo così. Nel senso che forse sarà stato un caso, ma da lì in poi ho sentito di essere entrata nella vita adulta e aver iniziato ad affrontare tutto (il dolore, la gioia, gli impegni) in modo meno spensierato, meno superficiale, rispetto a prima.
Sicuramente è stata un’esperienza che mi ha permesso di confrontarmi con me stessa nel profondo, di vivere qualcosa senza quello che fino ad allora, era il mio punto di riferimento, cioè la mia famiglia. E mi ha permesso di mettermi in gioco, di capire fin dove arrivano le mie risorse, di quanto sono duri certi angoli ad essere smussati e quanto sono preziosi alcuni piccoli dettagli.

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