Sfogo latino

Ho sempre detto che la parte piu’ difficile della mia integrazione Americana Miamense siano stati i latino. A volte ho anche raccontato il perche’, oggi cerco di fare un quadro completo, perche’ Miami e’ anche questa. Purtroppo. E l’ostinazione a parlare la propria lingua di origine, qui uno dei tanti post che ho scritto, e’ solo la punta dell’iceberg.

La scorsa domenica sono andata al mare e nei meravigliosi, pulitissimi bagni pubblici della spiaggia, una donna lascia il bagno e va a lavarsi le mani. Stavo per entrare quando mi accorgo che non aveva scaricato. Moltissime donne latine non tirano lo sciacquone, e se ne fregano quando glielo fai notare. Mi era gia’ capitato al College,dove c’era anche quella che tirava su col naso in continuazione – si’, proprio quel suono che preannuncia lo scatarro.

Questa e’ una citta’ di frontiera dove arriva gente che fugge da paesi del terzo mondo. Per noi italiani il terzo mondo e’ l’Africa, beh, sappiate che ne esistono anche altri, a seconda del Sud che si prende in considerazione.
Questa grande citta’, tollerante, accoglie tutti. Chi non vuole evolvere e migliorarsi resta qua nei barrios; altri, soprattutto quelli che vogliono imparare l’inglese, vanno a vivere altrove, al Nord, basta spostarsi già fuori da Hialeah. Quelli che restano continuano a fare, piu’ o meno, la vita che facevano nei loro paeselli sperduti senza strade asfaltate, senza fogne, rincorsi dai serpenti a sonagli o peggio dai narcos. Ovviamente non e’ una colpa essere nati in un posto sfortunato, ma lo diventa non voler provare ad integrarsi in una cultura che non è più la loro. Queste persone compreranno galli da tenere in giardino e che poi attraverseranno le strade, avranno le case con vestiti buttati a terra a mucchi, igiene scarsa – tranne i cubani, molti di loro sono fissati quanto noi italiani – continueranno a guidare fregandosene degli altri – esattamente come a Roma – o a urlare ai figli in mezzo alla strada – si’, come vediamo in certe sceneggiate napoletane.

Non voglio parlare di legalita’ perche’ e’ un capitolo enorme che non riguarda solo i latinos, anzi, ma resta il fatto che a volte e’ dura accettare di non vivere nel posto super civilizzato che solitamente ci si immagina parlando di America.

Io qui odio vedere la gente che va in giro senza maglietta (e non vivo sul bagnasciuga, lo ricordo), odio le ciavatte ai piedi strascicate 12 mesi l’anno, odio le cavezze al collo, odio lo stecchino nei denti, odio i cocci di vetro abbandonati in spiaggia quando e’ vietato, odio la musica a palla che mi trapana le orecchie, odio la gente che guida contromano, odio il loro steccato sociale per cui se non sei dei loro, i latinos, non sei degno di avere rivolta la parola. Ci sono mamme che portano via i bambini dallo scivolo quando arriviamo io e Picci. E badate bene che tante di queste cose che odio le vivevo pure a Roma, per cui.

Qualche settimana fa dei conoscenti di mia suocera, cubani, si sono trasferiti in una cittadina del Texas al confine con il Messico. Lei li chiama per sapere come stessero e la signora, sui cinquanta, le dice Ma non puoi capire, siamo sconvolte!! Qui e’ pieno di Messicani che vanno in giro con i loro cappelloni, siamo dovute tornare a casa dalla paura. Lei, la suocera, ci raccontava questo episodio come il segno che in Texas l’immigrazione clandestina messicana sia drammatica e senza controllo. E, irritata, dico: Ma se qui e’ pieno di Cubani!

E lei, senza colpo ferire: Ma noi siamo bianchi.

Abbiamo discusso per un po’ e non c’e’ stato verso di farle capire che la questione non puo’ essere il colore della pelle, piu’ o meno rosso, ma proprio la percezione assolutamente soggettiva di qualcosa che non è normale. Questa non e’ Miami ma e’ l’Avana, per tantissimi motivi, e i Cubani pensano che il loro punto di vista sia l’unico rappresentativo dell’esistenza. Che poi ovviamente se il 90% della gente la pensa come loro, quello strano sei tu.

E provare a dirle che magari i cappelloni servivano a mantenere alta l’identita’ nazionale, esattamente come qua vanno in giro con la guayabera, non e’ servito a niente: lei trova normale andare in chiesa e sentire la messa in spagnolo (quattro su cinque di quelle giornaliere), chiamare il medico di base e dover prendere appuntamento in spagnolo, dover chiedere una qualsiasi informazione in quel cazzo di spagnolo, ma non trova normale che vicino al Messico possano esserci dei Messicani, proprio perche’ Messicani.

E non e’ lei, eh, i cubani sono proprio cosi’, si sentono l’ombelico del mondo e sono razzisti. Menomale che lo dicono di loro stessi.

Ed e’ bello, per carita’, ed e’ tanto multietnico, ed e’ tanto figo crescere in una cultura cosi’ varia. E lo e’, per tantissime ragioni, ma solo quando ti relazioni con chi puo’ insegnarti delle cose, con chi ti mostra il meglio di quello che porta con se’. Il resto e’, come ovunque, fastidio. E come ovunque, quando hai a che fare con persone di bassa cultura e grande arroganza la pazienza viene meno.

Ma d’altronde io amo Miami, e so che le persone che non hanno intenzione di integrarsi possono solo restare progressivamente sempre più isolate. Qui un bell’articolo di Huffpost sul perche’ Miami sia la migliore citta’ in America (buuum!).

p.s. Miami e’ piena anche di Haitiani, gente scappata dalla persecuzione politica e dalla miseria. Il Creolo e’ la terza lingua parlata in citta’, i cartelli spesso sono in spagnolo-inglese e creolo (in quest’ordine) e solitamente la posizione socioculturale di haitiani e dominicani e’ davvero bassa. Mi avete mai sentito dire niente sugli Haitiani? Ecco, appunto.

Le 34 cities di Miami, dalla peggiore alla migliore (articolo pressoche’ illeggibile ma interessante).

25 cose da sapere prima di trasferirsi a Miami.

Consigli per chi si trasferisce a Miami.

Miami, la peggiore citta’ d’America.

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16 pensieri su “Sfogo latino

  1. Come sempre, comunque, è la bassa cultura a fare la differenza, a urtare di più. E’ sempre l’immigrazione povera a infastidire, l’immigrazione ricca e di gente con una alta estrazione sociale non dà mai fastidio a nessuno. Come sempre, l’unica soluzione è: studiare e far studiare. L’avessi capito 15 anni fa!!!! 🙂

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  2. Sai che non mi spiego? Il fatto che gli americani che magari in passato erano più numerosi, abbiano permesso che attecchisse in questo modo la cultura latina. Presumo, e lo deduco da quanto hai scritto sull’argomento non essendoci io mai stata, che a Miami i latini siano in netta maggioranza, ma continuo a non capire come possano accettare gli altri simili prese di posizione…guardando indietro (le varie Little Italy sparse nelle varie metropoli americane) si nota come certe culture siano rimaste circoscritte a quartieri o addirittura strade, senza che venisse dato loro importanza.

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    1. Beh, miami è proprio storia a parte. Città recente (100 anni), cresciuta rapidamente e sviluppatasi solo dopo l’esilio cubano degli anni 60 e progressivamente ha accolto anche gli altri immigrati. Ha vissuto di droga e illegalità negli anni 80, Scarface insomma, ora è alla terza vita.
      In qualsiasi città americana lo spagnolo è la seconda lingua, qui è la prima. Certo dipende dai quartieri, eh.

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    2. Studiando la storia del Paese si capisce il perché lo spagnolo sia un po’ la seconda lingua e in alcune zone la prima. Non conosco Miami, ma parlando in generale si deve ricordare che il Texas una volta era parte del Messico e così la California e altri stati. La Florida è stata territorio della Nuova Spagna prima che gli Stati Uniti diventassero indipendenti. Più, la zona geografica è quella che è.

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  3. Certo che se sei arrivata a scrivere “quel cazzo di spagnolo” proprio tu, che non perdi occasione di imparare e che sai fare tesoro delle differenze, è chiaro che non ne puoi più. Mi dispiace perché la considero la mia lingua, ma c’è anche chi può fartela odiare.
    E non è giusto tollerare l’inciviltà di chi sporca ovunque e non rispetta gli altri, che sia “nativa” del luogo o importata. Peggio ancora se qualcuno la vuole imporre.
    Quanto è presente ogni giorno questo aspetto? Cioè, ci sono giorni in cui c’è da lottare nel traffico e da schifarsi della spiaggia sporca ed altri in cui ti senti in un posto civilissimo o è proprio come essere a l’Avana?

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    1. Ovviamente dipende dai giorni, altrimenti non starei qui. Ed il cazzo di spagnolo è avvincente ma frustrante unica alternativa.
      Stamattina siamo andati a fare la spesa con la suocera in un posto fighetto: lei si è rivolta alla commessa in spagnolo, quella ha fatto finta di non capirla e ha risposto in inglese, la seconda volta in un perfetto spagnolo. Ed ecco che la lingua diventa uno steccato sociale, per gli americani e per i latini.

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  4. Il discorso e’ in effetti complesso, come hai sottolineato tu ma certo che alla fine cubani, africani, indiani o italiani, poco importa la provenienza se c’ e’ educazione e rispetto per gli altri, a partire dalla cultura del paese che ti ospita.
    Secondo me calcano su certi atteggiamenti per compensare un senso di inferiorita’ che sentono nei confronti dell’ America e invece di sforzarsi per integrarsi si ribellano e si oppongono supportati dal numero sempre maggiore di connazionali che come loro sono poco integrati.
    Non immaginavo questo aspetto di Miami, molto interessante, adesso mi vado a leggere gli articoli che hai linkato, grazie.

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  5. Non ho una teoria completa in merito, per cui riporto pensieri sconnessi: 1) In alcuni posti, il concetto ecologico non esiste. Qui in Argentina è normalissimo buttare la carta per terra. Lo fanno gli anziani (carta caramelle), gli adulti (pacchetto sigarette) e i bambini (carta delle figurine Panini). Lo fanno tranquillamente alla luce del sole, te li buttano anche sui piedi. Se glielo fai notare ti guardano come se fossi trasparente. Anche in Italia, molta gente che viene dal 3° mondo non ha il concetto di spazzatura/inquinamento/riciclaggio. Forse l’ecologia è un discorso da ricchi. Nel mio caso è stata la scuola (elementare) che me lo ha inculcato, per cui l’educazione passa dai bambini (dallo stato alla famiglia, per mezzo dei bambini che frequentano la scuola)
    2) In USA c’è molto bisogno di affermazione e identificazione, basti vedere come sono “disperati” di mettersi un’etichetta addosso, che sia sportiva, etnica, religiosa, scolastica. Magari chi non può permettersi queste etichette, o chi può permettersi solo etichette non “riconosciute” (=valorizzate), ricorre a questi comportamenti provocatori per dire “io esisto” e “don’t mess with me, I am a badass”. Un po’ come il ragazzetto ribelle fa a scuola per avere la sua identità (di strafottente, ribelle) nella massa.

    That said… a me Little Havana non è piaciuta perché anche se siamo Latini (sì, se vai a leggere la definizione di “latino” ci siamo anche noi italiani) non siamo necessariamente piccoli e scuri di pelle – io sono esattamente l’opposto! Ricordo a Miami (credo Hollywood) distribuivano pure un giornaletto argentino, forse intitolato “Hola!” o qualcosa di simile. Ho conosciuto un argentino che viveva lì e mi ha parlato di questo quartiere popolato da argentini, ma non ricordo il nome, forse era proprio Hollywood la città. In generale non mi piacciono questi “ghetto” in base alla nazionalità, sanno poco d’integrazione. Tuttavia chi finisce nel ghetto è in genere povero e se n’è andato per bisogno, non per fare un’esperienza di arricchimento culturale.

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    1. Però in qualsiasi parte del mondo ci si adegua alle regole del posto, e infatti è solo una sparita minoranza ad inquinare o ad avere questi comportamenti arroganti.
      In merito alle razze, no, noi europei siamo white.

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      1. In Italia non c’è molto adeguamento, e anche nel nostro caso si tratta di immigrati poveri davvero. Poi è più facile vedere quello che non si integra proprio perché si comporta in modo diverso. Non credo tutti emigrino con l’apertura mentale degli expat, alcuni sono immigrati per bisogno e controvoglia.

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