Essere nel giusto o essere efficaci?

Erano anni che qualcuno non mi entrava dentro cosi’. Sono persa nella mia routine, nella mia piatta felicita’, e non ho niente da lamentarmi, eh, sono davvero felice. Ma quando ieri ho ascoltato questa persona fare questo discorso durante un evento formativo, mi sono immediatamente resa conto dello spessore che assumeva dentro di me, e ho capito che mi manca tanto quella dimensione di conoscenza che deriva dall’insegnamento. O dall’ascolto, in senso lato, di qualcuno che ne sa piu’ di te.

Allora, dice, ci sono persone che sanno essere nel giusto, e persone che sanno essere efficaci. Quali sono quelle che muovono le cose, che fanno si’ che il mondo vada avanti?

Essere nel giusto non e’ univoco, perche’ quello che e’ chiaro per qualcuno e’ completamente torbido per qualcun altro. Ecco sembra stupido vero, ma io a questo non avevo mai pensato in questi termini. E se qualcosa e’ poco chiaro non tutti ci stanno bene dentro.

Ed e’ qui che il suo discorso ha aperto un varco dentro di me. Io so di essere una persona che si muove discretamente nell’ambiguita’. Non ho nessun problema a tollerare le cose poco chiare, indefinite, i contorni sfumati, i grigi. La strada e’ interrotta? Poco male, svoltiamo di qua, da qualche parte arriveremo. La regola ma non si puo’ applicare al 100%, come si fa? Nessun problema, si trova la soluzione. Sono spesso quella che tira fuori il cilindro dal cappello in due secondi e smuove le cose senza fare una piega. Ho un limite di tolleranza anche io, ma solitamente non mi sento angosciata dal non sapere.

da qui

E so di esserlo anche grazie alle esperienze di vita che ho avuto, mio malgrado. Quelle a cui avrei volentieri rinunciato ma siccome hai 15 anni e ci stai dentro non e’ che hai alternative e dai il meglio che puoi, anche sbagliando ovviamente.

Sono un pochino insofferente a chi non riesce ad adattarsi, a chi non sa osservare in che direzione soffia il vento per sfruttarlo a favore. A chi si chiude in casa se era previsto sole ma invece piove o a chi aveva detto che siccome si andava al lago non esiste un cambiamento di programma. Che poi, va detto, si diventa un po’ Buddha con l’eta’, si impara a dire Ma anche sticazzi insomma.

4 pensieri su “Essere nel giusto o essere efficaci?

  1. Non ti conoscevo ancora all’epoca della gita al lago, per cui ho letto entrambi i post solo ora. Io credo di essere diversa da te. Prendo molto sul serio la parola data, al punto che io considero “parola data” quello che alcune parole considerano “frasi di circostanza dette per riempire i vuoti di conversazione”.

    Qui mi capita spessissimo di cadere in questi episodi per me estremamente frustranti e che mi mandano fuori dai gangheri, al punto che ho più o meno inconsciamente iniziato a evitare che si possano presentare isolandomi socialmente.

    Esempio recente: amica compie gli anni, come da notifica su FB. Anziché mandarle un laconico e ormai anonimo “auguri” su FB, accodandomi ai vari messaggi di circostanza egli altri, decido di fare un gesto carino: le mando un whatsapp con un bel pensiero per lei, scritto e pensato da me (niente frasi fatte, niente immagini di compleanno prese dal web) e lei risponde tutta contenta dicendo che sono successe tante cose da quando ci siamo viste per l’ultima volta e che stava organizzando un piccolo rinfresco a casa sua per cena l’indomani (domenica). Mi invita, dico che va bene, avverto mio marito dell’impegno comune. La domenica mattina esco a comprarle un regalo e una bottiglia di vino per non presentarmi a mani vuote. Alle 14 della domenica mi scrive che non ci sarà nessuna cena perché le si è rotta l’auto e non era “abbastanza tranquilla” per potere festeggiare, e che avrebbe rimandato di una settimana per potersi riorganizzare.

    Posso solo dire: meno male che non le avevo comprato una torta! Alla fine ho solo sprecato un’ora e mezza della mia mattina per uscire di corsa a comprarle un regalo e un vino, che saranno buoni anche per l’evento posticipato (sempre che avvenga… lo sapremo questa domenica sera!). La domenica avevamo anche saltato il pranzo, optando per una colazione abbondante, in vista del rinfresco alla sera, che poi non c’è stato. Insomma, per me la storia si riepiloga in: ho voluto fare un gesto carino e ho finita col perdere tempo e soldi.

    Io sono una persona organizzata e organizzandomi vivo più serena. Il fatto di sapersi adattare è sicuramente positivo, ma il dover rianalizzare le opzioni/i programmi ogni 60 minuti è molto dispersivo.

    Te ne racconto un’altra: quando ci siamo sposati, i nostri testimoni erano gli unici invitati per ragioni di drammi familiari nella famiglia di mio marito (la mia era in Italia). I nostri testimoni erano i miei cognati Poiché non erano né dalla parte di mio suocero né da quella di mia suocera (brutto divorzio).

    La sera del matrimonio dovevamo uscire a cena tutti e 4, ma alle 21 i testimoni-cognati ancora non si erano fatti la doccia e mandavano risposte vaghe quando cercavamo di organizzarci su dove andare e dove trovarci. Alla fine, di fronte alle risposte vuote (mah, boh, no sé…) fino alle 21.45, alla nostra cena di matrimonio c’eravamo solo io e mio marito… E sì, me la sono legata al dito perché mi è sembrato un gesto di grande indifferenza e maleducazione. Noi ci saremo anche potuti adattare (alla fine lo abbiamo fatto, siamo andati a cena lo stesso) ma non ho un grande ricordo di quella giornata e ci è ben chiaro quanto ci tengano i miei cognati a noi…

    E ho anche ben chiaro che per loro “il fatto non sussiste” perché nella loro testa loro erano nel giusto: non hanno mai detto di sì a un appuntamento certo, solo a una vaga idea (“ci risentiamo nel pomeriggio per la cena”) e all’unico appuntamento certo – la cerimonia civile – ci sono venuti (in ritardo, ma c’erano)…

    Quindi, loro sono convinti di essere nel giusto e noi anche. Noi siamo qui ancora a farci il fegato e a scaldarci quando ricordiamo quell’episodio, e loro neanche hanno idea di cosa si stia parlando (lo dico metaforicamente, non abbiamo mai menzionato la cosa con loro, non avendo senso fare la cena di matrimonio in un giorno diverso dal matrimonio…)

    Credo di sapere convivere bene nell’ambiguità in contesto lavorativo, ma ho bisogno dei miei tempi. Quotidianamente mi trovo dinanzi a quesiti a cui non ho la risposta, situazioni complesse in cui non ho ben chiaro come muovermi e ho bisogno di “pensarci su”. Per me vuol dire rifletterci mentalmente, dormirci su e il giorno dopo mi risulta tutto più chiaro. Ho trovato il mio modo di convivere con l’ambiguità, ma purtroppo funziona solo in ambito lavorativo.

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    1. Isa mi dispiace per quelle due situazioni, soprattutto io matrimonio!! Vorrei però spiegare che io non sono così, anzi sono una che se prende un impegno lo mantengo al 90%. Certo le due situazioni che ho raccontato non erano simili, avendo già detto che non ero sicura di andare ed essendo stata buttata giù dal letto. Probabilmente se mi fosse capitato quello che racconti sticazzi non lo avrei detto.

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      1. Chiamare alle 7 del mattino proprio no. Io l’avrei mandata a quel paese già alla prima telefonata…
        Ma poi ci sono cose per cui non vale la pena di scaldarsi, tipo la strada interrotta: se ne trova un’altra. Magari ci si mette di più, ma non avendo alternativa… non mi piace però la gente che somma questi piccoli inconvenienti quando non hanno una ripercussione pratica. Okay incazzarsi se la deviazione è così lunga o male gestita che ti raddoppia il tempo, ma se ti allunga il viaggio di 5′, poco importa.

        Per contenermi, io penso sempre “se sbotto, la soluzione si può sbloccare/risolvere o solo complicare?”. Ad esempio, uffici pubblici: una procedura astrusa non è un’invenzione del funzionario che ho davanti e scaricare su di lui/lei la mia frustrazione non farà cambiare la procedura né procedere più rapidamente. In più, il funzionario allo sportello non è sicuramente tra le persone che un giorno potranno/dovranno rivedere la procedura, per cui a poco serve dire a lui/lei come si potrebbe migliorare il servizio…

        Ma raccontaci di più sulle parole di questo saggio all’incontro: che esempi pratici ha fatto?

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