Tre anni fa ho conosciuto il mio promesso.
Eravamo entrambi invitati al matrimonio di una comune amica, che fiutando la nostra possibile combinazione ci ha destinati allo stesso tavolo. Uscivo da una brusca separazione, nel senso che quello che era mio marito aveva ben pensato di tradirmi con una collega di lavoro – ma tornerò su questo episodio – e mi ero da poco trasferita a vivere da sola in una tranquilla casetta in campagna, la mia tana. Mi sentivo forte, piena di energie. La solitudine era una conquista meravigliosa, bastavo a me stessa, ero libera di fare tutto quello che volevo!

Mentre mi avvicinavo al tavolo, quella sera d’estate di quasi tre anni fa, ho incrociato il suo sguardo e ho capito immediatamente di piacergli. E la cosa mi ha spaventata. Non ero pronta, volevo decidere io, e poi lui era così poco giovanile, se mi si può passare il termine: innanzitutto, nel presentarsi, si è alzato in piedi. Devo dire che questa cosa mi ha impressionata. Poi indossava una giacca doppio petto blu, ma chi ancora indossa un doppio petto blu ad un matrimonio quando tutti gli altri vestono come agenti immobiliari con cravatte larghe come tovaglie?

Durante la cena lo scrutavo, ero lusingata di aver fatto colpo, ma sebbene sentissi i suoi occhi su di me non ci siamo mai ritrovati a guardarci, così la mia tecnica seduttiva aveva capitolato. C’era però qualcosa nel suo sguardo sugli altri che mi attraeva incredibilmente, sembrava sorvolare su discorsi, facce, situazioni, senza farsi coinvolgere, lontano da tutto eppure lì, con un distacco quasi snob. Ad un certo punto una delle belle convitate chiede la direzione del bagno alzandosi discretamente ma a breve distanza dall’allontanarsi dal tavolo di un tipo belloccio, e il promesso la gela esclamando a gran voce: E’ andato di là!

Ho capito in un attimo cosa mi aveva colpito di lui: questo essere così dannatamente sicuro di sè da infischiarsene di tutto.

Quando la coppia di sposi ci invita a spostarci per il dessert, il promesso ed io finalmente riusciamo a conoscerci un pò meglio, ci mettiamo da una parte ed iniziamo a parlare fitto fitto fitto, bene, così bene, che non mi sembra possibile. E’ uno sconosciuto così… eccentrico! In un’ora mi racconta tutta la sua vita – sì, ecco, la logorrea è un pò una sua caratteristica! – e mentre mi parla guardandomi dritta negli occhi mi rendo conto che intorno a noi è sparito tutto. Non ci sono invitati ubriachi che ballano scalzi sul prato, la musica è un sottofondo ovattato, le luci sugli alberi illuminano solo noi due. Sono completamente rapita da lui.

Comincia a farsi tardi, gli dico che devo andare, ci avviamo al grande parcheggio. Mentre camminiamo mi chiede il numero di telefono, poi si ferma accanto ad una macchina, mi attira a sè e mi bacia. Tento una vana difesa, forse nemmeno troppo convinta, poi cedo. Non riesco a decidere più niente con lui.

Trascorreremo altre tre ore, in quel parcheggio, ancora a parlare. A volte lo guardo come fosse un alieno, stabilisce le regole per la nostra coppia, mi dice di aver sentito una scossa dentro di sè quando ci siamo stretti la mano. Penso, in fondo se è pazzo basterà non rispondergli al telefono. Ma il mio istinto clinico mi dice che non è pazzo.

Un mese dopo si è trasferito nella tana. Ovviamente lo ha deciso lui, anche se ha fatto in modo che fossi io a dargli le chiavi, di mia iniziativa.
Tre mesi dopo ho capito che potevo fidarmi di lui e del suo amore.
Tre anni dopo le regole della nostra coppia, stabilite quella strana sera, sono ancora le stesse.

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