Un post della zit mi ha chiamata in causa e ho deciso di scriverci su anche io.
Sono alta un metro e settantasette. Nella vita mi hanno chiamata cavallona e pertica, e la prima mi dava veramente ai nervi, tanto che un giorno ho furiosamente litigato con un amico che mi aveva chiamata bonariamente così (salvo scoprire l’altroieri che ora è il compagno della mia amica del liceo, ma vabbè queste sono le assurdità di Roma).

Mi sono sempre sentita troppo: tropo alta, troppo ingombrante, troppo scoordinata. E quando provavo a mettere delle scarpe alte era sempre “Eeeeh ma pure i tacchi!?!

Ho avuto uomini più bassi di me, forse per compensare quel senso di inadeguatezza per lo svettare eccessivamente: slashbro e il mio primo fidanzatino del liceo superavano il metro e ottanta, mentre Il disgraziato (quello per cui il mio istinto da crocerossina ha trovato la sua massima espressione, grazie alle innumerevoli sfighe della sua vita) e Il caro estinto (che sarebbe la buonanima, ma come ha giustamente detto la mia amica del mare, “Ormai hai divorziato quindi è un caro estinto”), no. E se il basket mi ha aiutata a volgere in virtù quello che io consideravo essere uno svantaggio evolutivo, quello per il quale venni buttata fuori dalla scuola di danza, di certo la mia andatura o la mia grazia non hanno mai beneficiato del baricentro spostato verso l’alto.

E così il giorno del matrimonio ho indossato delle sexissime ballerine color champagne. Devo dire che non sono mai stata un’amante delle scarpe con i tacchi, la cui moda è letteralmente esplosa da qualche anno e pare che sei una sfigata se non corri tra i sanpietrini col tuo tacco 12; ma certamente fino a qualche anno fa avevo solo Dr. Marten’s, Nike, stivali bassi & similia, e lo strappo alla femminilità erano le baby – le ballerine col laccetto – con al massimo un paio di cm di para. Ma al matrimonio non avevo grandi alternative, se non volevo che i pochi centimetri che separavano me e il caro estinto diventassero un orribile dislivello nelle fotografie coi parenti.

Poi un bel giorno lui ha deciso di ritrovare la sua autostima con una donna più adeguata alla sua bassezza (soprattutto morale), e il primo impulso che ho avuto nel periodo di rigetto post traumatico da abbandono è stato cominciare a comprare scarpe con il tacco. Ho iniziato a sentirmi più femminile, nonostante non potessi contare nella sicurezza della mia falcata da granatiere. Notavo che gli uomini gradivano, e in un classico meccanismo da rinforzo ho proseguito nel mio nuovo shopping, anche se non ho mai acquistato cose esagerate.

Il giorno del matrimonio di Cupido avevo un tubino fasciante (i nove mesi di piscina mi avevano regalato un fisico invidiabile) e una scarpa che indossavo orgogliosa, non esattamente elegante, ma tacco dieci. Un uomo meraviglioso di un metro e ottantacinque è rimasto folgorato e mi ha corteggiata per tutta la sera per nulla intimorito dal mio metro e novanta scarso. Ci siamo poi appartati dalla festa per parlare e conoscerci meglio, e quando gli ho detto che per me si stava facendo tardi, erano le due, mi ha accompagnata al parcheggio e mi ha baciata appassionatamente.

E tra baci, parole e promesse abbiamo fatto le cinque. In seguito mi ha confidato che il gesto che lo ha fatto impazzire è stato quando mi sono sfilata i tacchi per mettere le ballerine che mi ero portata per guidare. Ha capito che la cavallona amava come lui la semplicità, e i piedi scalzi sull’erba, e ha saputo renderla donna più di quanto nessun altro prima di lui sia stato capace di fare.

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