Spesso i genitori mi chiedono se le paure dei loro figli siano normali. Le più comuni, a quanto raccontano, sono le solite: buio, mostri, spiriti.
Quando ero piccola io invece avevo due paure.
La prima, fin da piccolissima, era la paura della sigla dell’inizio trasmissioni Rai.

Non c’era niente, solo un’antenna che sale verso il cielo e una musica, dapprima lenta, che in un crescendo esplode in tutta la sua carica. Per me era una fonte di angoscia incredibile, mi rifugiavo sempre da qualche parte pur di non sentirla.
Ebbene, oggi, a distanza di più di trent’anni, ho scoperto che non ero l’unica. E questo mi solleva molto, perchè mi sono sempre sentita molto stupida, e indifesa, davanti a questo sacro terrore.
La seconda invece era un quadro di casa. Questa paura me la sono portata ben più avanti negli anni, forse fin quando ha lasciato spazio a quella di attraversare una stanza buia.
Il quadro, scuro, cupo, in una cornice dorata molto barocca, rappresentava un viso di donna, dai capelli ricci come la Medusa, una sorta di ghigno sul viso e due occhi penetranti che mi fissavano ovunque mi spostassi. Ricordo perfettamente che un giorno, a tavola, continuavo a piangere disperata, e mia madre per disperazione coprì quello sguardo persecutorio con un asciugamano.

Ora, trentanove anni, la paura che mi attanaglia prima di ogni partenza è quella dell’Ufficio Immigrazione Statunitense.

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