Dismorfofobia. Una parola brutta e complicata per riferirsi ad una fissazione esagerata su un particolare del proprio corpo, qualcosa che si vorrebbe cambiare perché non si riconosce come proprio e che genera disagio.
Un articolo del Corriere della Sera spiega come nella richiesta di consulenza al chirurgo estetico/plastico la percentuale di persone affette da dismorfofobia è altissima.

Questa principessa ha le tette.
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Ci si aspetterebbe a questo punto che la percentuale di labbra/ seni/ menti/ polpacci/ occhi… ritoccata sia bassa, no? Un medico dovrebbe riconoscere e scoraggiare il ricorso al bisturi per riempire un vuoto identitario o derivante da una patologia più seria, perché non muoverebbe di un millimetro il problema, anzi provocherebbe solo il successivo spostamento della fissazione su un altro particolare.
Non sono contro la chirurgia estetica tout court.
Sono del parere che non c’è solo la psicoterapia a fare del bene alle persone, non tutti sono “portati” alla riflessione su di sé (per quanto non esista solo la psicoterapia classicamente intesa, che tutti confondono con la psicanalisi ma quella è un’altra cosa ancora): la musica, la preghiera, l’espressione artistica, lo sport, ci sono tanti modi con cui una persona può prendersi cura di sé e volersi bene, e stare meglio. Se la taglia del seno diventa un problema e si cammina curvi per nascondersi, è più facile risolvere andando dall’ortopedico, iniziando una psicoterapia o ricorrendo ad una mastoplastica?
Ma i disturbi dell’identità sono altro, e quelli nessun bisturi riesce a tagliarli via.

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