Un post (e i commenti) di un’amica blogger mi hanno riportato in mente un episodio.
Ho già raccontato del mio emozionante viaggio in Marocco.
Un paio di anni dopo, ancora con slashbro (giurassico superiore), una coppia di amici rapita dai nostri racconti sull’affascinante cultura berbera ci convince ad organizzare un viaggio in Tunisia – già accennato anche qui. Lo dico subito, un quartetto perfetto, dei compagni di viaggio straordinari e dei grandi amici, entrambe cose rare che non necessariamente vanno a braccetto. Peccato che la vita ci abbia portati lontano, ma il ricordo e l’affetto sono vivi come fosse ieri.
Pianifichiamo il viaggio, decidiamo per una puntatina nel deserto, non mi ricordo assolutamente dove. Il motivo per cui la Tunisia mi è piaciuta infinitamente meno del Marocco è perche’ vi si respira(va) un’anelito all’Europa, all’Occidente, al progresso. E infaaaaatti, come avrebbe detto Filippo.
Arriviamo nella cittadina da cui sarebbe partita la carovana nel deserto. Prendiamo posto su un gippone superfigo e superammortizzato, altro che la Renault con cui eravamo andati in Marocco!, insieme ad una coppia di napoletani in viaggio di nozze.

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I neoconiugi erano di quelli che passano la vita nelle loro sicurezze del paese, il posto fisso, il pranzo la domenica da mammà e lo struscio al corso, e quando ti sposi fai il viaggio che non farai mai più nella vita e scegli qualcosa di DAVVERO ESTREMO. Lui pareva Montesano quando faceva il gaga’, che mio padre ne andava pazzo, ma lei era infinitamente peggio. Logorroica per isterismo. Ogni sussulto del gippone cacciava un urlo, per tutto il tragitto non fece altro che esaltare il loro coraggio nello scegliere un viaggio tanto avventuroso, e chiedeva in preda all’ansia: Ma come sarà? E mangeremo? E ci saranno i serpenti? Io e lapiccolaCrì eravamo già sature.

Finalmente arriviamo. Tanto era stato bello quell’accampamento berbero in Marocco, tipico, silenzioso ed affascinante, quanto questo in Tunisia sembrava un campo militare. Le tende erano di quelle collettive dell’esercito, verdi, di tela impermeabile, con dentro otto lettighe. Affollato come fossimo a Ostia. In un attimo comprendiamo immediatamente la cantonata che abbiamo preso. Un villaggio vacanze sui generis.
La piccolaCrì ed io, accaldate e desiderose di liberarci degli hard tourists, decidiamo di dirigerci verso la vasca termale che ci avevano indicato.
Ora, io non so come rendervi quello che abbiamo trovato. Per chi è di Roma ed è stato alle pozze, le terme viterbesi dove si accede senza pagare, può averne un’idea vaga. Una buca fetida con duecento persone chiassose dentro, in maggioranza tedeschi, desiderose di refrigerio, invano. E perciò chiassose.
Ci bagnammo, intrepide. Devo dire che fu anche rilassante quell’acqua calda.

Il programma dell’organizzazione Filini, così la ribattezzammo, prevedeva poi l’escursione a dorso di cammello a vedere il tramonto. Questo fu davvero bello e suggestivo, un panorama unico al mondo che ci ripagò di tutte le delusioni avute e a venire.

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Al ritorno trovammo la cena organizzata al campo centrale. Cinque tavolate di venti persone ciascuna, sempre chiassose, sempre tedeschi eccetera eccetera, d’altronde quelli eravamo. Ci portarono un secondo – che ho rimosso – con contorno di spaghetti.

Con contorno di spaghetti.
Non credevamo ai nostri occhi.
Ovviamente scotti e sconditi, una cosa immangiabile. Non potete capire che delusione, che avvilimento. La piccolaCrì aveva proprio la faccia sconsolata, era stata così rapita dai nostri racconti sul Marocco che aveva assaporato per mesi quel momento e invece si trovava al Valtur degli sfigati davanti a un piattazzo di spaghetti scotti, avvilita. Non lo sapeva ancora ma qualche anno dopo avrebbe trovato la rivincita, e marito, in quella destinazione che aveva tanto sospirato.
Dopo tante risate indispensabili a sdrammatizzare quella situazione patetica, come solo i romani sanno fare,  fu bello trascorrere la serata sulle dune insieme ad alcuni tunisini dell’organizzazione, guardando le stelle nel buio assoluto lontano dalle luci delle città. La notte poi sarebbe stata lunga, con la moglie del gagà convinta che un ragno velenoso stesse calandosi dalla tenda dentro la sua bocca, ma preferisco restare con il dolce sapore della nostalgia per un bel viaggio, nonostante tutto, e per i quattro grandi amici che siamo stati.

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