Sono passata in segreteria per sapere quando posso riprendere il mio lavoro, che altrimenti mi trovo a dover fare tutto di corsa entro dicembre.
Sono un collaboratore esterno, e il mio lavoro dipende dai seguenti fattori:

  1. Apertura mentale del dirigente scolastico verso la questione “psicologia“.
  2. Disponibilità dei fondi.
  3. Approvazione del consiglio di istituto.
  4. Efficacia del lavoro svolto negli anni precedenti.
Punto 1) 
Ci sono presidi e professori (ma di solito il pesce puzza dalla testa) che “non vogliono rogne“. Ciò significa che se uno studente viene isolato dai compagni, o comincia a saltare le lezioni, o regala la sua merenda al compagno perché pensa di dover dimagrire, o se ha una faccia lunga così ed è inavvicinabile, o picchia gli altri, “ce la gestiamo tra di noi”, perché gli psicologi 
  • a) vendono fumo/ ti leggono nella testa
  • b) raccontano tutto e
  • c) chiamano gli assistenti sociali.
Il vero motivo è in realtà solo uno: tanto tra tre/cinque anni se ne va, mica è mio figlio. E sappiate che sono la maggior parte.
Punto 2)
I fondi solitamente ci sono, anche se davvero pochi. Dipende quanto si voglia utilizzarli per quel servizio, quindi torniamo al punto 1.
Punto 3)
Siamo sempre lì.
Punto 4) 
E io sono efficace, modestamente parlando 🙂 Lavoro nella scuola media del mio quartiere dal 2006, ormai mi chiamano anche per chiedermi se è normale girare il cucchiaino del caffè in senso orario. Ah, a proposito:
  • Non siamo in grado di leggere nella mente.
  • Non ce ne può fregare di meno, soprattutto.
  • Non stiamo tutto il tempo a guardarvi e a pensare “ma guarda questo come accavalla le gambe“, no, non siete così indispensabili alla nostra vita.
  • Non si divide tutto in “è normale” “è patologico“. Rilassiamoci. La domanda fondamentale è: Mi crea disagio o mi ostacola nella vita quotidiana? Sì? Allora fai qualcosa per te stesso.
  • Non pensiamo di essere indispensabili: ci si può prendere cura di sé andando in palestra, pregando, meditando o uscendo con gli amici. La psicoterapia è una possibilità, ce ne sono mille altre.
  • Personalissima opinione: non credo nelle psicoterapie più lunghe di due anni. Poi butti i soldi perché la relazione con lo psicoterapeuta si incista. L’obiettivo è l’indipendenza.
Dicevo, nel corso di questi cinque anni ho conquistato la fiducia dei ragazzi, dei professori e delle famiglie, perché mi piace davvero il mio lavoro e perché ormai ho acquistato una buona professionalità, e poi perché l’adolescenza se la scordano tutti com’è stata, ma io ricordo bene la mia, quella di mia sorella e anche com’erano con noi i nostri genitori.
Essendo un Istituto Comprensivo c’è anche la materna e l’elementare, dove una maestra/psicologa svolge più o meno le mie stesse funzioni. Orrore. Orrore perché, se mi metto nei panni di un genitore, non so se racconterei alla maestra che mio figlio a casa taglia le teste alle bambole, o a quindici anni dorme nel lettone, o se a sei prende ancora il biberon: penserei che quell’informazione possa essere travisata. Allo stesso modo però orrore perché non è detto che la maestra, laureata in psicologia ma senza alcun aggiornamento, sappia collegare due eventi apparentemente slegati e fare la domanda che magari è necessaria, anche banale tipo: ma la notte dorme?

Due anni fa arrivano alle medie dei casi davvero difficili, più che negli anni precedenti. Ragazzini pericolosi e aggressivi verso i compagni; dislessici non diagnosticati; disturbi d’ansia conclamati. Soprattutto in un Istituto Comprensivo c’è sempre un passaggio di consegne dalle maestre delle elementari ai professori delle medie, ci si informa per poter lavorare meglio, si chiama continuità didattica e riguarda l’alunno in toto. Questi erano tutti casi non segnalati dalle maestre delle elementari (E’ sempre triste e non parla con nessuno? E che gli devo fare io?!) oppure assolutamente banalizzati (Sìiiii, è un pò vivace ma poi si calma. – Infatti poi mi ha picchiata). La mia però non è una crociata contro le maestre. L’anno scorso una mamma di un’altra scuola, dove faccio solo orientamento scolastico, mi ha detto: ma le pare che mio figlio è arrivato in terza media e lei è la prima a dirmi che non è “svogliato” ma potrebbe avere un disturbo da deficit dell’attenzione?
Faccio un paio di domande ai genitori dei ragazzi di cui sopra e capisco che non solo le maestre delle singole classi, ma neanche la maestra-psicologa avevano mai dato il giusto peso a quei calci, a quella incapacità di leggere e a quelle profonde occhiaie. Tutte situazioni che, col cambio di scuola, con gli ormoni in subbuglio, con la voglia di crescere, peggiorano. Ok, gestiamoli: chiamo genitori, la psicologa che li segue privatamente, consiglio una visita diagnostica alla Asl, insomma, faccio i miei invii, come sempre.
Lo scorso dicembre ero in una delle sedi (sono 3 plessi) della scuola media e mi chiamano: Vieni di corsa all’elementare perché c’è una bimba romena che non parla italiano e si rotola per terra, vedi se puoi dirle qualcosa
Non parla italiano?? E che le dico?
Mi sale una gran rabbia. Per la piccola, che poteva avere qualsiasi cosa: attacco epilettico, crisi di ansia, ritardo mentale…?; secondo: non sono pagata, per quanto possa sembrare bieco, anche per la scuola elementare. Ho una vocazione, sì, ma sono una persona, con dei limiti di tempo e mi piace lavorare bene, non improvvisare; terzo: perchè non chiamate la psicologa delle elementari?
Risposta: “Ma qui giù non ci viene“.
Embè tesoro mio, fai la splendida con la tua laurea in psicologia applicata classe milleottocentononsocosa ma hai scelto di fare la maestra, beh, fai la maestra e non ti sentire frustrata. Hai scelto lo stipendio certo, ti capisco, ma hai fatto una scelta. Lascia i chiari di luna a chi si dedica esclusivamente alla professione, io non mi arrogo la capacità di insegnare, che so, grammatica.
Non potendo risolverla lì per lì mi limito ad osservare e a dare dei consigli alle maestre, che tra parentesi conoscevo solo in quel momento, tra i quali chiamare la mediatrice culturale del Comune, una bravissima donna, romena, appassionata del suo lavoro, che lavora nella nostra scuola come collaboratrice esterna e prende a cuore le difficoltà di integrazione più spinose, e vi assicuro che sono tante, ma tante.
Tornando ab origine, dopo questo lunghissimo sproloquio, stamattina sono passata in segreteria. Incrocio sulla porta mentre va via la famosa maestra-psicologa, che mi saluta torva senza guardarmi in faccia.
Il preside l’ha segata.
Da quest’anno ho milleduecento alunni di cui occuparmi.
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